
Io e Barbara siamo seduti nella sala d’attesa dell’ambulatorio. È uno di quei posti dove il tempo non passa: sedie di plastica, odore di disinfettante, un poster scolorito che dice “Lavati le mani” come se fosse un consiglio esistenziale.
«Davide, rilassati» dice Barbara.
«Sono rilassato.» «Hai la gamba che vibra.»
«È la sedia.» «Davide…»
«Ok, sono nervoso.»
È solo un controllo di routine, ma io ho un talento naturale per immaginare scenari catastrofici. Barbara lo sa. Mi tiene la mano. Io fingo che non mi serva. Mi serve.
La porta dell’ambulatorio si apre. Esce un medico giovane, straniero, con un accento che non riesco a identificare.
«Signora… ehm… come si dice… signora…» Guarda il foglio.
«Signora… Cipollini?»
«Sono io» dice una donna anziana che non capisce una parola.
Il medico prova a spiegare qualcosa. Lei non capisce. Lui non capisce che lei non capisce. La situazione precipita.
Barbara mi guarda. Io guardo Barbara. Entrambi pensiamo: non interveniamo. E infatti non interveniamo.
Interviene qualcun altro.
Una voce. Una voce che conosco. Una voce che non dovrebbe essere qui.
«Aho, dottò… se volete ve la traduco io.»
Io mi giro. Barbara si gira. Il medico si gira.
Ed eccola.
Sabrina.
In un ambulatorio medico. Con un cappotto leopardato. Una borsa enorme. E un’espressione da “mo’ ve sistemo io”.
«Sabrina?» dico. «E chi sennò?»
«Che ci fai qui?» «Visita.»
«Di che tipo?» «Personale.»
«Ah.» «Eh.»
Il medico la guarda come se fosse un’apparizione. Lei gli fa un cenno con la testa.
«Dottò, che je dovete dì alla signora?»
«Che… ehm… deve prendere questa medicina… due volte al giorno… prima dei pasti.»
«Signò» dice Sabrina alla signora Cipollini, «prenda ’ste pillole. Due ar giorno. Prima de magnà. Ha capito?»
«Ah, ecco! Così sì!»
«Visto?» dice Sabrina al medico.
«Serve ’n po’ de romano.»
Il medico annuisce, grato. Barbara ride. Io… non so se ridere o preoccuparmi.
Poi Sabrina si avvicina a noi.
«Aho, ma che ce fate voi qui?»
«Controllo» dice Barbara.
«Tutto a posto?» «Speriamo.»
«E tu?» mi chiede.
«Io… accompagno.»
«Bravo. L’uomo che accompagna è sempre ’na bella cosa.»
Barbara sorride. Io pure, un po’.
Poi Sabrina si siede accanto a noi. Come se fosse normale. Come se fosse parte della nostra vita da sempre.
«Aho, ve lo dico: questo posto è ’n casino. L’ultima volta c’era uno che voleva fa’ l’ecografia al cane. Giuro.»
«Al cane?» chiedo.
«Sì. Diceva che era “parte della famiglia”. Io gli ho detto: “E allora portalo ar pediatra, no?”»
Barbara scoppia a ridere. Io pure. Il medico ci guarda, confuso. La signora Cipollini applaude, non si sa perché.
Poi chiamano il nostro nome.
«Signori… Davide e Barbara?»
«Siamo noi» dice Barbara. «In bocca al lupo» dice Sabrina.
«Crepi» rispondiamo. «E nun ve preoccupate. Se serve, traduco pure a voi.»
Entriamo nello studio. Chiudiamo la porta. Io guardo Barbara.
«Barbara…» «Sì?»
«Sabrina è ovunque.» «Lo so.»
«È inquietante.» «È rassicurante.»
«È…» «È Sabrina.»
«Già.»
E mentre il medico ci saluta con un sorriso incerto, io penso che sì, Sabrina è diventata una costante. Una presenza. Un segnale. Un cameo vivente.
E che, in fondo, ogni storia ha bisogno di un personaggio così.