
Antonella e Cinzia stanno litigando davanti alla vetrina dei saldi come se stessero negoziando un trattato di pace tra due nazioni ostili. Io sono lì, a pochi metri, e fingo di guardare un espositore di candele profumate mentre assisto allo spettacolo.
«Te l’ho detto mille volte che quel colore ti spegne» sibila Antonella, con la voce che vibra come un filo d’acciaio.
«E tu continui a parlare come se fossi la mia consulente d’immagine non richiesta» ribatte Cinzia, incrociando le braccia e piantando i piedi per terra come una statua greca incazzata.
La gente passa, rallenta, ascolta, riparte. Il centro commerciale amplifica tutto: l’eco, il nervosismo, la stupidità del motivo scatenante. Una maglietta. Una maglietta color senape.
«È orrenda» insiste Antonella.
«È mia» risponde Cinzia, come se stesse difendendo un cucciolo.
Io mi avvicino di un passo, perché ormai la scena è irresistibile. Antonella alza un sopracciglio, Cinzia stringe la borsa come un’arma simbolica. Intorno, il Natale finto del centro commerciale continua a suonare jingle allegri che contrastano con la tensione crescente.
«Non capisci niente di stile» dice Antonella.
«E tu non capisci niente di libertà personale» ribatte Cinzia.
A quel punto un commesso si avvicina, timido, con l’aria di chi ha già visto troppe tragedie da camerino. «Serve aiuto?» chiede, ma la domanda evapora nel nulla. Le due lo ignorano con una sincronia perfetta, come se fossero un duo comico in piena crisi creativa.
La discussione esplode definitivamente quando Cinzia afferra la maglietta dal mucchio e la solleva in aria come un trofeo. «La compro» dichiara.
«Allora io non ti accompagno più a fare shopping» risponde Antonella, ferita nell’orgoglio estetico.
Io trattengo una risata. Il commesso si allontana. Una bambina osserva la scena con un lecca-lecca in mano, come se fosse davanti a un cartone animato.
E poi, all’improvviso, il silenzio. Cinzia e Antonella si guardano. Una frazione di secondo. E scoppiano a ridere. Una risata liberatoria, assurda, contagiosa. La tensione si scioglie come neve artificiale sotto i fari del centro commerciale.
«Sei impossibile» dice Cinzia.
«Tu peggio» risponde Antonella.
E se ne vanno, braccetto, con la maglietta color senape che penzola dal sacchetto come un trofeo di guerra vinto per futili motivi.
Io sono ancora lì, tra le candele profumate, quando la situazione prende una piega che nessuno aveva previsto. Antonella e Cinzia hanno appena finito di ridere, ma quella risata ha qualcosa di strano: è troppo lunga, troppo sonora, troppo liberatoria. È la risata che precede il caos.
«Sai cosa?» dice Antonella, con gli occhi che brillano di una luce pericolosamente creativa. «Proviamola.»
«Cosa?» chiede Cinzia.
«La maglietta. Qui. Adesso.»
E prima che qualcuno possa intervenire, Antonella afferra Cinzia per un gomito e la trascina nel camerino più vicino. Il commesso, terrorizzato, tenta un «Signore, non si può…», ma viene travolto da un’ondata di determinazione femminile che non lascia scampo.
Io li seguo a distanza, perché ormai è diventato un documentario antropologico.
Dal camerino arrivano rumori sospetti: fruscii, risate, commenti taglienti.
«Te l’avevo detto che ti sta male!» urla Antonella.
«E io ti dico che la compro lo stesso!» ribatte Cinzia.
Poi, all’improvviso, la tenda del camerino si apre con la violenza di un sipario teatrale. Cinzia esce indossando la famigerata maglietta color senape, ma sopra i suoi vestiti, come un mantello di guerra. Antonella la segue, con un’altra maglietta identica che ha recuperato chissà dove.
Ora sono due. Due magliette senape. Due donne in modalità gladiatore.
«Adesso vediamo chi la porta meglio» dichiara Antonella, piantandosi al centro del negozio.
Cinzia la imita. Le due si mettono in posa come modelle di una sfilata clandestina. La gente si ferma. Qualcuno applaude. Una signora tira fuori il telefono per filmare.
Il commesso, ormai rassegnato, si appoggia a un manichino come se stesse assistendo alla fine della civiltà occidentale.
«Io sono l’autunno che non ti aspetti» proclama Antonella, facendo una passerella improvvisata tra gli scaffali.
«E io sono la senape che ti salva il panino» ribatte Cinzia, con un giro su sé stessa che fa svolazzare la maglietta come una bandiera.
La folla ride. Io pure. È un delirio perfetto.
Poi, come sempre succede nelle migliori degenerazioni, arriva il colpo di scena finale: le due si guardano, si avvicinano, si abbracciano. Un abbraccio epico, teatrale, ridicolo e bellissimo.
«Siamo sceme» dice Antonella.
«Sì, ma almeno siamo sceme insieme» risponde Cinzia.
E se ne vanno, trionfanti, con due magliette senape pagate a prezzo pieno, mentre il commesso si accascia su uno sgabello e sussurra: «Io cambio lavoro».