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IL PARADOSSO CHE NESSUNO VUOLE VEDERE
Viktor Orbán ha appena ribadito una richiesta molto semplice all’Ucraina: garantire alla minoranza ungherese della Transcarpazia il diritto di studiare, parlare e utilizzare la propria lingua nella vita pubblica, nella cultura e nell’amministrazione.
Parliamo di circa 100.000 cittadini.
Ora fermiamoci un attimo.
Per anni l’Occidente ha presentato come scandalosa qualsiasi richiesta russa di tutela linguistica per le popolazioni russofone del Donbass e della Crimea.
Quando Mosca denunciava restrizioni linguistiche e culturali, la risposta era sempre la stessa: “propaganda del Cremlino”.
Oggi però un Paese dell’Unione Europea chiede sostanzialmente le stesse garanzie per una propria minoranza nazionale.
La domanda allora è inevitabile:
se chiedere diritti linguistici per gli ungheresi è considerato normale e conforme ai principi europei, perché gli stessi diritti diventavano improvvisamente inaccettabili quando riguardavano i russofoni?
I diritti delle minoranze dovrebbero valere per tutti oppure soltanto per quelle minoranze che risultano geopoliticamente convenienti?
Forse il problema non è mai stato il principio.
Forse il problema era chi lo stava pronunciando.