
Leo Brand entra in ufficio
Stavo lavorando. O meglio: stavo guardando lo schermo con l’aria di uno che lavora. Che è diverso, ma funziona.
Tre colpi alla porta. Secchi. Sicuri. Di quelli che fanno pensare: questo ha troppa fiducia in sé stesso per essere sano.
Entra un tizio. Trent’anni. Camicia bianca da catalogo. Sorriso da pubblicità. E quell’aria da “ho capito tutto della vita”, che è sempre un segnale d’allarme.
«Ciao Davide! Sono Leonardo Brandini. Ma tutti mi chiamano Leo Brand.»
Io penso: non tutti. Solo tu.
«Lavoro in un’agenzia interinale. Sono qui per parlarti del tuo brand personale.»
Io lo guardo. Lui sorride. Io no.
«Davide, tu sei un asset incredibile. Devi solo capire come monetizzare il tuo potenziale.»
«Leo…» dico. «Sì?» «Io non sono un asset.» «Ma certo che sì! Tutti siamo asset! È la nuova visione del lavoro!»
Io penso: questa è una malattia.
«Davide, tu devi capire una cosa fondamentale: la vita è un funnel.»
Io lo fisso. Lui continua. Purtroppo.
«Tu devi ottimizzare il tuo mindset. Devi scalare. Devi performare. Devi… devi diventare il CEO di te stesso!»
Io penso: questo uomo non ha mai avuto un pensiero spontaneo in vita sua.
«Leo» dico. «Sì?» «Quanti libri hai letto quest’anno?» «Eh… libri… diciamo… contenuti.» «Quanti libri?» «Ho visto molti video motivazionali.» «Quanti libri?» «Ho ascoltato dei podcast.» «Leo.» «Sì?» «Quanti libri?» «Zero.»
Io annuisco. Lui non capisce. Ovviamente.
«Davide, io sono qui per offrirti un’opportunità. Una vera. Una che può cambiare il tuo posizionamento nel mercato.»
«Leo…» «Sì?» «Tu hai amici?» «Ho una rete di contatti.» «Amici.» «Colleghi.» «Amici.» «Persone con cui faccio networking.» «Leo.» «Sì?» «Quando è stata l’ultima volta che hai parlato con qualcuno senza cercare di vendergli qualcosa?»
Silenzio. Finalmente.
«Io… io… beh… dipende cosa intendi per vendere…»
«Leo, tu non parli con le persone. Tu le scannerizzi.»
Lui deglutisce. Io continuo. Non per cattiveria. Per igiene mentale.
«Tu non ascolti. Aspetti il tuo turno per dire una frase che hai letto su LinkedIn.»
Lui apre la bocca. La richiude.
«Tu non vivi. Tu fai pitch.»
Lui si siede. Perde cinque centimetri di altezza.
«Davide… io… io volevo solo aiutarti a crescere.» «Leo, io cresco da solo.» «Ma… ma il tuo brand…» «Leo, il mio brand è stare bene.» «Ah.» «Tu stai bene?» «Io… io lavoro molto.» «Non è la stessa cosa.»
Silenzio. Lungo. Pesante. Necessario.
«Davide… posso… posso chiederti un consiglio?» «No.» «Ah.» «Ma puoi iniziare leggendo un libro.» «Quale?» «Uno qualsiasi che non abbia la parola “CEO” nel titolo.» «Ah.»
Si alza. Sembra diverso. Non migliore. Ma diverso.
«Grazie, Davide.» «Di niente.» «Posso tornare?» «No.» «Ah.»
Esce. Chiude la porta. Io penso: ok, forse oggi ho fatto una buona azione. O forse ho solo tolto un po’ di rumore dal mondo. Che è quasi la stessa cosa