
Ogni rivoluzione passa sempre da un cambiamento “culturale” e in quanto a cio’, la Cina non ha da imparare da nessuno.
L’amministrazione digitale della Repubblica Popolare Cinese (la Cyberspace Administration of China – CAC) ha lanciato una massiccia operazione di pulizia della rete nota come campagna “Qinglang” (“Lindo e Brillante”). Questa direttiva impone la rimozione immediata degli account e dei contenuti incentrati sul lusso sfrenato, portando alla cancellazione di profili con milioni di follower.
Le principali piattaforme social cinesi (tra cui Douyin — la versione locale di TikTok —, Weibo e Xiaohongshu) hanno bloccato e rimosso migliaia di post e centinaia di account di mega-influencer. Tra i profili più noti cancellati figurano Wang Hongquanxing (soprannominato la “Kim Kardashian della Cina”, famoso perché dichiarava di non uscire mai di casa senza indossare gioielli dal valore minimo di 1,3 milioni di euro), Bo Gongzi (“Il Giovane Lord Bo”, noto per i video in cui testava Rolls-Royce e acquistava borse Hermès da collezione) e Baoyu Jiajie (“Sorella Abalone”).
Oltre alla chiusura manuale dei profili dei creatori di contenuti, le piattaforme hanno dovuto riaddestrare i propri algoritmi di intelligenza artificiale per penalizzare e oscurare i tag, le menzioni e le esibizioni video di marchi del lusso estremo (come Ferrari, Rolex o valute in contanti), riducendone la visibilità fino al 90%.
La versione ufficiale del governo cinese. Il Partito Comunista Cinese giustifica la stretta come una misura necessaria per combattere il “culto del denaro” e il “materialismo volgare”. Secondo la visione di Pechino, l’ostentazione della ricchezza online promuove valori tossici ed è contraria alla filosofia della “Prosperità Comune” promossa dal presidente Xi Jinping. L’autorità di regolamentazione dichiara che l’internet nazionale deve essere un ambiente “civile, sano e armonioso”, focalizzato sul valorizzare il talento, il lavoro duro, l’artigianato e la coesione sociale, anziché l’invidia di classe o la ricchezza fine a se stessa.
La versione degli analisti occidentali. I media e gli economisti occidentali (come gli analisti citati da NBC News o The Guardian) offrono una chiave di lettura molto più pragmatica e legata alla congiuntura economica. Sostengono che il giro di vite sia un tentativo del governo di attenuare il senso di frustrazione e deprivazione della classe media e dei giovani cinesi. La Cina sta affrontando un significativo rallentamento economico, caratterizzato da un alto tasso di disoccupazione giovanile e dalla crisi del settore immobiliare. In questo contesto di difficoltà diffusa, vedere influencer che ostentano ville, super-auto e shopping multimilionario potrebbe innescare una pericolosa rabbia sociale e un risentimento politico verso le disuguaglianze interne. Per l’Occidente, Pechino sta semplicemente “nascondendo i sintomi” della crisi per preservare il controllo politico.
La versione dei paesi BRICS e dei media neutrali. I media del Sud Globale e gli osservatori non allineati inquadrano l’evento all’interno del concetto di “sovranità digitale”. Evidenziano come la Cina sia uno dei pochi paesi al mondo in grado di imporre una regolamentazione ferrea sull’economia dei social media, dimostrando che lo Stato mantiene un potere superiore rispetto alle piattaforme private e alle celebrità online. Gli analisti di questo blocco mettono a confronto la decisione di Pechino con il modello occidentale, dove la cultura dell’ostentazione e dell’iper-consumismo guidata dagli influencer viene lasciata proliferare senza vincoli, esacerbando le spaccature sociali e psicologiche tra la popolazione. Per i BRICS, si tratta di una scelta di ingegneria sociale che mira a proteggere la produttività reale del Paese rispetto alla volatilità dell’economia dell’apparenza