
“Birra & Verità”
Il bar sotto il supermercato è uno di quei posti che sembrano progettati per la resa psicologica: luci troppo calde, tavolini troppo vicini, odore di fritto che non rispetta le leggi della fisica. Io ci entro solo perché ho finito il caffè a casa e non posso affrontare la serata senza una scorta minima.
Sabrina è al bancone. La riconosco subito: la cassiera. Quella che parla come se ogni frase fosse un ultimatum. Ha una birra davanti. Una grande. E un’altra vuota accanto.
Mi vede. «Aho! L’ingegnere! Vieni qua, che oggi sto a pezzi.»
Io non ho mai capito perché la gente mi riconosce. Non faccio niente per farmi notare. Mi avvicino comunque. «Buonasera.» «Buonasera un cazzo. Oggi m’hanno fatto girà le ovaie.»
Annuisco. Non so cosa rispondere a una frase del genere. Lei ride. Una risata larga, stanca, che sa di resa.
«Siediti, dài. Che te devo dì ‘na cosa.»
Io non voglio sedermi. Ma mi siedo. Perché Sabrina ha quella voce che non ammette alternative.
«Allora, senti…» dice, e già capisco che sto per pentirmi. «Io oggi ho fatto ‘na figura de merda con un cliente. Ma grossa, eh. De quelle che te svegli la notte e dici: “Ma perché so’ nata?”»
Beve. Tanto. Io la guardo e penso che la birra sta vincendo.
«E sai qual è il problema?» continua. «Che io me sento sempre forte, capito? Sempre quella che regge tutto. E invece…» Fa un gesto vago, come se stesse indicando un disastro naturale. «E invece oggi m’è preso un momento de debolezza. E io odio esse’ debole.»
La gente al bancone ascolta. Qualcuno ride. Qualcuno scuote la testa. Io vorrei essere a casa a controllare la caldaia.
«Sabrina…» provo a dire. «No, famme finì!» Ok.
«Io…» si tocca il petto, come se stesse cercando un punto preciso. «Io so’ una che se porta tutto dentro. Tutto. La rabbia, la stanchezza, la paura… pure la solitudine.»
La parola rimane sospesa. Io la guardo. Lei guarda la birra.
«E oggi…» continua, «oggi m’è uscita tutta insieme. Come quando apri un rubinetto che nun aprivi da anni e te parte l’alluvione.»
Beve di nuovo. Io penso che la metafora idraulica è l’unica cosa che capisco in questa conversazione.
«E poi…» dice, abbassando la voce, «io so’ pure una che se affeziona. Troppo. A tutti. Pure ai clienti. Pure a quelli stronzi. Pure a quelli che me trattano male. E questo me fa incazzà, capito? Perché nun dovrei.»
La gente ride. Io no. Io sono ufficialmente fuori dalla mia zona di competenza.
«Sabrina, forse dovresti…» «No, Alberto, senti. Io te lo dico perché tu me pari uno serio. Uno che capisce. Uno che…» Mi indica. «Uno che nun giudica.»
Io giudico. Sempre. Ma non lo dico.
«Io…» sospira, «io c’ho paura de rimané sola. Ecco. L’ho detto.»
Silenzio. Il bar si ferma un secondo. Io pure.
Lei ride. Una risata che non è una risata. «Aho, guarda come me so’ ridotta. A dì ‘ste cose a un ingegnere meccanico. Ma che ne sai tu?»
«Non molto» dico. È la verità.
«Eh, appunto!» Ride di nuovo. Qualcuno applaude. Io vorrei scomparire.
«Sabrina… forse dovresti andare a casa.» «Sì, sì… mo’ vado. Ma prima…» Mi punta un dito contro. «Prima te devo dì ‘na cosa importante.»
Io mi preparo. Non so a cosa, ma mi preparo.
«Tu…» Si avvicina. Troppo. «Tu sei bravo. Ma bravo davvero. Perché nun te spaventi. Io parlo, parlo, parlo… e tu stai lì. Nun scappi. Nun te nascondi. Nun me tratti come ‘na scema.»
Io non so se è un complimento o un’accusa. Forse entrambe.
«Grazie» dico. Perché non so cos’altro dire.
Lei si alza. Barcolla. Ride. «Aho, Alberto… sei proprio un bravo ragazzo. Ma te giuro… me fai ‘na paura.»
E se ne va. Lasciando la birra mezza piena, il bar mezzo in silenzio, e me completamente confuso.
Io pago il mio caffè. Esco. E penso: La prossima volta, prendo il caffè a casa.