
Oggi Trump ha dato del pazzo a Netanyahu. Probabilmente i suoi consulenti, i funzionari del Pentagono, gli hanno spiegato che quello che cerca lo stato ebraico è un conflitto atomico. Per questo ogni tanto dice che raderà al suolo una civiltà in una notte. Perché l’unico modo di sconfiggere l’Iran è distruggerlo con le bombe tattiche nucleari, cosa che i vertici del Mossad sanno benissimo, e che tentano di fare da anni.
In tanti mi chiedono un parere sull’Iran perché le mie radici familiari paterne stanno là. Ma non basta avere i parenti persiani per dare un parere.
E io mi faccio i fatti miei.
Ci sono fior fior di improvvisati che chiacchierano, che spiegano la situazione, che ne dicono di ogni tipo. Magari sono stati dieci giorni in Iran con Alpitour e si credono preparati. Spesso non distinguono uno sciita da un fedele dell’undicesimo Imam, spesso dell’Islam e della sua iranianizzazione non sanno assolutamente niente, ma pensano di essere docenti o ricercatori, senza tenere conto del fatto che l’antico impero persiano non è solo una successione storica di imperatori. L’Iran è molto di più.
L’Iran è benedetto non da Allah, ma dalla geografia.
L’unica persona con la quale riesco a parlare di Iran è Alberto Bradanini, l’ex ambasciatore che a Teheran ha mandato avanti la baracca diplomatica italiana in modo eccellente, quando ancora non eravamo completamente succubi della “sciamaneria politica” dei baltici e di altri cento dementi graziati dalle urne per gli strani rituali elettorali di questo millennio.
Sicuramente Bradanini condividerà il mio modo di vedere le cose, perché è molto semplice.
Io prevedo due opzioni: o l’accordo (ovviamente, a questo punto, a vantaggio dell’Iran), oppure un attacco nucleare. Perché? Perché Israele smania da decenni per bombardare a tappeto il territorio persiano. Mettere sotto Teheran significherebbe avere la possibilità di creare davvero la Grande Israele, di espandersi in Libano, Siria, di arrivare fino nella penisola araba dallo Yemen. Perché nessuno finanzierebbe più Hezbollah, gli Houthi. Stessa strategia che hanno usato a Gaza, per fare fuori Hamas che vedeva nell’Iran un potenziale alleato per la sopravvivenza della Striscia. Poi ci sono i funzionari israeliani del Mossad, che da decenni studiano il modo di bombardare, sanno anche bene che è l’unica soluzione per mettere K.O. il paese più forte politicamente ed economicamente dell’Asia Occidentale.
Ma perché l’Iran non si può invadere via terra e Trump stenta a fare il passo? Più semplice di quello che si pensi: sarebbe un secondo Vietnam, anzi, peggio del Vietnam; sarebbe una sorta di suicidio dell’Occidente, e non basterebbe né la NATO, né l’insieme di tutti gli eserciti occidentali per sconfiggere i pasdaran e l’esercito iraniano. La compattezza di un paese che conta novanta milioni di abitanti e una dimensione che è circa la metà del territorio statunitense, la grande forza di un territorio che storicamente è stato prima di tutto un grande impero, non si può combattere se non con centinaia di migliaia di uomini armati. Che comunque sarebbero destinati a morirci, sul fronte di guerra.
Nel tentativo di invadere l’Iran gli eserciti occidentali creperebbero nel Dasht-e Kavir e nel Dasht-e Lut, i due deserti più pericolosi del mondo in quanto a escursione termica (si raggiunge anche un’escursione di settanta gradi centigradi) e a vastità del territorio. Da quelle parti manco col GPS più evoluto si salverebbero, perché se quei forni crematori naturali non li conosci bene, se non sai leggere fra le dune e le mesas quale sia la via corretta o il momento di percorrerla, sei fottuto. Il fattore geografico rende impossibile l’invasione, sia da nord, che da est, che da sud, che da ovest. La natura è natura…
Nessuno ha mai osato invadere l’Iran da oriente: ci sono le montagne della catena Hindu Kush e i monti del Sulaiman, vette quasi impossibili da oltrepassare a piedi arrivando dal Pakistan o dall’Afghanistan. Poi ci sono i deserti che ho citato, da attraversare. Da nord non cambierebbe molto: anche se volessero provare a entrare dal mar Caspio, i soldati dovrebbero pregare per superare la barriera dei monti Alburz, e qualche orso ci farebbe le polpette sotto il sole e le congelerebbe sui ghiacci delle cime. A occidente, praticamente nel golfo persico e proprio sullo stretto di Hormuz diventato famoso solo oggi, del quale parlano tutti (sempre da esperti) senza capire niente, ci sono le montagne Zagros, che sono il muro per eccellenza, un’estensione di chilometri di pura roccia con pochissimi passi valicabili; passi che sono controllati centimetro per centimetro da chi li conosce, e che sono punti strategici eccellenti per la difesa e non per l’attacco.
Per questo deduco che Trump, illuminato dai funzionari del Pentagono che non voleva ascoltare e che hanno studiato un po’ la geografia invece della psicologia criminale sionista, si stia cagando addosso. Perché è quando ti caghi addosso che inizi anche ad attaccare chi ti sprona, in nome di una finta amicizia, a prendere una via del non ritorno.
Io continuo a fare testa o croce: attacco nucleare o accordo. Altre vie, con l’Iran, non ci sono. E nel Golfo Persico lo sanno bene. Putin lo sa bene, Xi Jinping lo sa bene. Chi non sa un cazzo sono i nostri eroi di Bruxelles, e coloro che girellano a fare comizi, dibattiti, incontri, solo per il gusto di esibirsi come i tuttologi di tutto. Quelli che, fino a due anni fa, per intendersi, pensavano che Hormuz fosse una marca di sigarette, o di pesci surgelati.