
Da quasi 2.800 anni leggiamo l’Odissea pensando di conoscere davvero il suo protagonista. Eppure una sola parola del testo originale raccontava qualcosa di diverso.
L’epopea di Omero si apre con un termine greco preciso: polytropos. È la prima definizione che riceve Odisseo. Il tratto che lo identifica prima di ogni impresa e prima di ogni leggenda.
Per secoli quella parola è stata tradotta come “astuto”, “ingegnoso”, “versatile”. Definizioni che rafforzavano l’immagine dell’eroe intelligente e capace di superare ogni ostacolo.
Poi arrivò una nuova interpretazione.
Nel 2017 la traduttrice e studiosa Emily Wilson pubblicò una nuova traduzione inglese dell’Odissea. Scelse di rendere polytropos con una parola diversa: “complicato”.
Una scelta semplice solo in apparenza. Con quella traduzione, Odisseo smetteva di apparire come un eroe lineare e impeccabile. Diventava un uomo difficile da definire, capace di adattarsi a ogni situazione ma anche di mentire, manipolare e prendere decisioni che hanno conseguenze pesanti per chi gli sta intorno.
Ma non era l’unico aspetto che Wilson decise di riconsiderare.
Analizzando il testo greco, notò che molte traduzioni precedenti avevano modificato o attenuato diversi riferimenti alle donne presenti nel poema.
Quando Odisseo torna a Itaca, alcune donne della sua casa vengono uccise dopo essere state coinvolte con i pretendenti. Omero le definisce dmoai, una parola che indica donne schiavizzate.
Molte traduzioni avevano preferito termini come “serve”, “domestiche” o “ancelle”. In alcuni casi erano stati aggiunti giudizi morali che nel testo originale non esistono.
Wilson eliminò queste interpretazioni. Le chiamò semplicemente per ciò che erano: schiave.
E da lì cambiò tutto.
La scena non appariva più come la punizione di donne colpevoli. Mostrava invece la sorte di persone prive di potere, costrette a vivere all’interno di un sistema che non lasciava loro possibilità di scelta.
Lo stesso accadde con Calipso.
Per molto tempo è stata descritta come una donna innamorata che trattiene Odisseo sull’isola per amore. Una rappresentazione che ha spesso dato alla vicenda una sfumatura romantica.
Nel testo di Wilson, invece, la situazione appare per quello che è. Calipso tiene Odisseo prigioniero. Non c’è alcun tentativo di trasformare la cattività in una storia sentimentale.
Secondo la traduttrice, il compito di chi traduce non è correggere il testo né adattarlo alle sensibilità delle epoche successive. È riportare ciò che l’autore ha scritto.
Se una parola significa “schiava”, resta “schiava”.
Se una persona è tenuta contro la propria volontà, non diventa una storia d’amore.
Se il testo non esprime un giudizio, il traduttore non deve aggiungerlo.
Il risultato fu un’Odissea che molti lettori percepirono come diversa. Non perché Omero fosse cambiato, ma perché alcune interpretazioni accumulate nel corso dei secoli erano state rimosse.
Odisseo appariva più complesso. Penelope emergeva come una figura strategica e consapevole. La violenza del racconto risultava più evidente. Le donne schiavizzate tornavano a essere riconosciute per la loro reale condizione.
La pubblicazione della traduzione suscitò discussioni nel mondo accademico. Alcuni la giudicarono troppo moderna. Wilson rispose invitando a confrontarsi direttamente con il greco originale.
Non sosteneva di aver riscritto Omero.
Sosteneva di aver provato a leggerlo senza i filtri accumulati nei secoli.
Fu anche la prima donna a tradurre integralmente l’Odissea in inglese. Il suo lavoro mostrò che, a volte, la novità non nasce dall’aggiungere qualcosa a una storia conosciuta. Nasce dal togliere ciò che è stato aggiunto dopo e dal lasciare che il testo parli con la propria voce