
L’acqua scivolò dal tetto prefabbricato lungo il lampione che sapeva di vernice a solvente e sparì nel tombino. Era tardi, una sera qualunque. Una pozzanghera ai suoi piedi rifletteva la luce degli abbaglianti delle auto che arrancavano da dietro la curva. L’aria era appiccicosa. Provò a ingannare il tempo strappando vecchi biglietti da visita che aveva nel portafogli e che prima divideva meticolosamente a metà senza guardali. Alcuni frammenti di carta caddero sul selciato umido, abbandonati come navicelle alla deriva. La pioggia diventava ora sempre più insistente, così da costringerlo a fare qualche passo indietro per non bagnarsi. Non era facile attendere la propria ombra.
Si appoggiò al muro, ma la sua schiena lo trovò stranamente gommoso. L’attimo in cui capì, fu lo stesso nel quale una mano guantata si serrò alla sua bocca e una lama balenò davanti ai suoi occhi. – Non è il caso di presentarci, visto che mi stavi aspettando? –
La lama attraversò la carne disegnando un algido sorriso che andava da un orecchio all’ altro. La mano poi lentamente liberò la bocca dell’aggredito che facendo un passo avanti si voltò verso la figura misteriosa. – Spiritoso come sempre. -Disse Dalibor mentre la ferita si rimarginava alla stessa velocità con cui era stata creata. – E suppongo che tu sia anche in ritardo come sempre? — Hai aspettato per quasi milleduecento anni… – La strana figura sorrise mettendo il coltello nella cintura – Quando sono uscito la stavano scongelando, ormai è questione di minuti. L’ho vista, hai proprio una bella ombra sai? –
La botola di vecchio ferro arrugginito si sollevò improvvisamente dalla pozzanghera, come se un’onda la spingesse da sottoterra. Dalibor disse solo – Finalmente, temevo impedissero l’accesso alle ombre. Pulisci bene il collo, hai qualche macchia di vernice. Siete pronti? – Senza attendere la risposta iniziò la discesa per le scale umide e scivolose. La muffa verde e maleodorante sugli scalini e lungo la traballante ringhiera rendeva il percorso pericoloso. Entrambi continuavano a chiedersi come mai le blatte non soffrissero di dolori reumatici in un ambiente così malsano. – Ragazzi, a me basta uno spiffero quando sono sudato e mi si blocca tutto, la mia massaggiatrice li provoca apposta per guadagnare di più. -La vecchia proprietaria dello scantinato aveva pensato, prima di suicidarsi, di stendere una corda alla quale aggrapparsi per non cadere. – Incredibile, deve aver comprato metri e metri di corda, calcolando quanta dovesse avanzarne per la sua impiccagione. Donna di casa arguta e previdente, la Signora Robilad. -Sulla destra si aprivano le lunghe celle frigorifere, dai cui soffitti pendevano pesanti palle di vetro, piene di liquidi variopinti. – Solo nel mese di giugno il tramonto riesce a dar colore all’inferno – disse sottovoce Dalibor – c’è da sperare che la luce non abbia alterato le tinte originali – e aprì il pesante oblò.
La ditta “Inferno-recupero ombre e restauro” non si curava certo della pulizia, del decoro e neppure della cortesia; dunque, c’era solo una cosa che aveva potuto permetterle di restare sul mercato per più di seimila anni; la qualità del loro lavoro. Recuperavano le ombre dai posti più impensati, le rimettevano in sesto con vernici di prima qualità e le loro celle frigorifere passavano da zero a meno duecentocinquanta gradi in sette secondi, permettendo una conservazione ottimale per più di diecimila anni ma nessuno dei loro clienti aveva aspettato più di settecento anni prima di riuscire a recuperarla. Dalibor era stato il più coriaceo, ma come tutti, anche lui aveva ceduto. Parliamo della propria ombra, dell’umanità ottenuta mantenendo l’immortalità. Dopo le creme protettive era l’unico “dettaglio” che lo separava da una passeggiata pomeridiana al parco. Bisognava solo fare attenzione agli specchi, magari un giorno qualcuno avrebbe inventato qualche illusione olografica e così avrebbe potuto ritornare alle serate mondane nelle case lussuose, ma per ora la sua ombra gli sembrava tutto ciò di cui avesse bisogno. L’aveva guadagnata, a caro prezzo, aveva dovuto convertire cinquecento umani e non era stato semplice. Dovevano volerlo, qualsiasi violenza o forzatura avrebbe annullato il contratto. Gli argomenti di vendita erano cemento armato, si parlava di immortalità, ma quando i suoi potenziali “clienti” vedevano il suo vero aspetto declinavano l’offerta balbettando assurdità o perdendo i sensi. Per fortuna ci sono abbastanza persone disperate in questo mondo, bastava solo trovarle. Un essere vomitevole e voluminoso si avvicinò verso di loro, era l’addetto al controllo nomi e firme. La sua enorme mano prese la testa di chi stava alla sinistra di Dalibor, sollevò il malcapitato da terra e dopo aver sentenziato “contratti falsi” lo infilò in una sorta di busta della spazzatura, che legò e gettò in un cumulo dove ce ne erano a decine, poi si allontanò. Arrivarono altre due strane figure che indossavano l’uniforme della ditta e spingevano due carrelli con sopra dei bricchi di cartone. In uno di questi vide il suo nome scritto sopra, quella era la sua ombra; lavata, stirata, profumata, pronta all’uso.
Non vedeva l’ora di indossarla. La sua ombra. Sentiva quasi un fremito percorrerlo, una corrente elettrica che serpeggiava in quel suo cuore artefatto e gli sembrò di provare davvero un’emozione. Sì, un’emozione o qualcosa del genere. Scritto con caratteri minuscoli, tra i vari punti del contratto, c’era una qualche precauzione da prendere. Ma in quel momento, tra il tanfo di muffa, disinfettante e sciroppo mucolitico, non ricordava bene. Un odore così pungente che gli ottenebrava i circuiti mentali. Si avvicinò al contenitore che proteggeva sottovuoto la sua ombra, doveva solo firmare un modulo e poi ritirarla. – Hai una penna? – chiese a uno dei due strani individui che facevano da scorta alla sua ombra, un tipo corpulento, dal volto inespressivo e privo di sopracciglia. – Non serve la penna, ci vuole la parola – gli rispose fissandolo di sbieco e nel fare questo inclinò il grosso capo sulla spalla sinistra. – La parola? – domandò sorpreso Dalibor, ma sentì la sua voce fuggire verso un improbabile soffitto. – Senza la parola, il cellophane non si apre e l’ombra perde la sua piega originale – proseguì il tipo robusto che cominciava a spazientirsi, mentre la guancia destra, glabra e molliccia, si arrendeva a un vistoso tic. E questo non prometteva nulla di buono.