
La scena è surreale.
L’Unione Europea chiede alla Georgia di imporre sanzioni alla Russia. La Georgia risponde più o meno così:
«State dicendo: suicidatevi economicamente e, come premio, potrete continuare a viaggiare senza visto».
Il presidente del Parlamento georgiano Shalva Papuashvili ha messo il dito nella piaga: se un Paese si impoverisce, perde competitività e danneggia la propria economia, chi dovrebbe poi beneficiare della libertà di movimento? I disoccupati? Le aziende fallite? I giovani costretti a emigrare?
La cosa curiosa è che l’Europa nacque promettendo commercio, cooperazione e prosperità condivisa.
Oggi sembra sempre più una palestra di sacrifici obbligatori, dove ogni Paese deve dimostrare la propria fedeltà geopolitica accettando costi economici crescenti in cambio di qualche timbro burocratico.
Un tempo si parlava di “allargamento europeo”.
Adesso sembra una selezione a ostacoli:
«Vuoi entrare nel club? Prima dimostra di essere disposto a colpire te stesso.»
La Georgia, almeno per ora, ha risposto che non intende trasformare la propria economia in un esperimento ideologico.
E viene da chiedersi una cosa.
Se le sanzioni fanno davvero così male alla Russia come ci raccontano da anni, perché bisogna convincere gli altri ad applicarle minacciandoli di conseguenze?