
Tra tutti i testi dedicati alla speculazione filosofico-politica sull’anarchismo e l’anarchia, ritengo che uno dei saggi più illuminati sia quello di Emma Goldman dal titolo “Anarchismo e altri saggi”. Lo consiglio vivamente a chi ancora non ha avuto modo di approfondire il pensiero libertario e anarchico.
L’autrice coglie un punto essenziale: la storia umana è stata spesso raccontata come lotta insanabile tra individuo e società, tra impulso personale e vita collettiva, come se l’uno dovesse necessariamente sacrificarsi all’altra. Ma questa contrapposizione è, in larga parte, il prodotto di una lunga educazione alla subordinazione. L’individuo e la società non sono nemici naturali; diventano nemici quando vengono separati, deformati, messi l’uno contro l’altra da quelle istituzioni che hanno bisogno di individui obbedienti e passivi, non di coscienze libere.
L’anarchismo, nella lettura della Goldman, non è caos, disordine o negazione della vita comune; è, al contrario, la filosofia che tenta di ricomporre ciò che il dominio ha spezzato; esso riconosce nell’individuo una forza viva, creatrice, irriducibile, ma non per questo antisociale, e riconosce nella società non un apparato di costrizione, ma il luogo possibile del mutuo appoggio, della cooperazione, della pienezza condivisa. Non vi è vera comunità dove l’individuo è schiacciato, così come non vi è vera libertà individuale dove il legame sociale è ridotto a competizione, sfruttamento, paura.
Per questo l’anarchismo dichiara guerra alle tre grandi forme storiche del dominio: la religione, che pretende di governare la mente; la proprietà, che governa i bisogni; il governo, che pretende di disciplinare la condotta umana. In tutte e tre agisce lo stesso principio: convincere l’uomo che da solo non vale nulla, che deve consegnarsi a un potere superiore, che la sua salvezza passa attraverso obbedienza, sacrificio, rinuncia, sottomissione.
La religione gli dice: dio è tutto, tu sei nulla.
La proprietà gli dice: ciò che ti serve per vivere appartiene ad altri.
Il governo gli dice: non sei capace di regolarti da te.
L’anarchismo risponde capovolgendo il rito dell’obbedienza: pensa con la tua testa, giudica con la tua coscienza, spezza le catene mentali prima ancora di quelle materiali. Perché nessuna liberazione politica è possibile se l’individuo continua a portare dentro di sé il tribunale del padrone, del prete, del proprietario, del legislatore.
La proprietà, in particolare, non è semplice possesso di cose; è dominio sui bisogni umani. Essa trasforma la ricchezza prodotta collettivamente in potere privato, sottrae all’uomo il frutto del proprio lavoro, crea povertà dentro l’abbondanza, miseria dentro la potenza produttiva, esclusione dentro società che si vantano della propria ricchezza. La sua vera fame non è soddisfare bisogni, ma accumulare potere: sottomettere, sfruttare, degradare.
Il cuore del pensiero anarchico, allora, non è la distruzione cieca, ma la liberazione dell’energia umana imprigionata. L’anarchismo non vuole cancellare la società; vuole liberarla dalla forma autoritaria che l’ha resa carcere. Non vuole dissolvere l’individuo nella massa; vuole restituirgli dignità, responsabilità, coscienza, perché solo individui liberi possono dare vita a una società realmente libera.
In questo senso, la Goldman ci consegna una informazione ancora efficace: l’anarchismo è la coscienza dell’unità della vita contro tutte le istituzioni che l’hanno frantumata; è il rifiuto di ogni potere che chieda a ciascuno di inginocchiarsi per essere accettato; è la rivendicazione dell’essere umano non come suddito, fedele, contribuente, salariato o elettore, ma come creatura pensante, capace di verità, relazione, rivolta e costruzione.
Non vi sarà emancipazione finché l’uomo accetterà di essere governato nella mente dalla religione, nei bisogni dalla proprietà, nella condotta dallo Stato.
La libertà comincia quando l’essere umano smette di chiedere permesso alla propria servitù.