
«Mi chiamo Steve Hackett e ho avuto il privilegio di vivere dall’interno una delle stagioni più creative della storia dei Genesis. Sono stato il chitarrista del gruppo negli anni che molti considerano la sua età dell’oro, partecipando alla realizzazione di album che ancora oggi continuano a essere ascoltati, studiati e amati da milioni di persone.
Guardando indietro, provo una profonda gratitudine per quel periodo. Erano anni di ricerca, sperimentazione e libertà artistica. Non seguivamo formule prestabilite né strategie commerciali. Cercavamo semplicemente di creare qualcosa che ci emozionasse.
Tra tutti i lavori realizzati, uno occupa un posto speciale nella mia memoria: The Lamb Lies Down on Broadway. Quando uscì, non immaginavamo minimamente che sarebbe diventato un album così importante per il pubblico e per la storia del rock progressivo. Per noi era soprattutto una sfida artistica, un progetto ambizioso che voleva spingersi oltre i confini tradizionali della musica rock.
All’epoca la sua accoglienza fu tutt’altro che semplice. Era un disco complesso, controverso e difficile da interpretare. Molti ascoltatori rimasero spiazzati. Paradossalmente, altri lavori pubblicati in precedenza ottennero risultati immediati molto più evidenti.
Eppure, col passare degli anni, quel disco ha acquisito una forza straordinaria. Oggi continua a essere considerato un’opera fondamentale e il suo significato sembra persino cresciuto nel tempo.
Le radici di quella creatività affondavano nelle grandi rivoluzioni musicali che avevano segnato la nostra generazione. Se devo indicare un album che ha cambiato il mio modo di pensare la musica, non posso che citare Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band dei Beatles. Quando lo ascoltai capii che tutto era possibile. Quel disco aprì una porta che molti musicisti della mia generazione attraversarono senza più voltarsi indietro.
Durante la realizzazione di The Lamb Lies Down on Broadway eravamo però consapevoli che qualcosa stava cambiando all’interno del gruppo. Peter Gabriel era arrivato a una decisione importante. Un giorno ci comunicò con grande chiarezza che avrebbe portato a termine tutti gli impegni legati al disco, ma che successivamente avrebbe lasciato la band.
Peter è sempre stato una persona coerente e mantenne la parola data. Per i Genesis fu una perdita enorme. Il suo talento era straordinario e continua a dimostrarlo ancora oggi. Personalmente ne soffrii molto perché condividevamo una visione artistica simile. Entrambi eravamo attratti dalla sperimentazione, dalle contaminazioni culturali e da sonorità che allora venivano considerate insolite.
Ci interessavano mondi musicali differenti, culture lontane e idee che anni dopo sarebbero state associate al concetto di world music. Eravamo convinti che la musica dovesse continuare a evolversi e a sorprendere.
Dopo la sua uscita, la scelta di affidare il ruolo di cantante a Phil Collins si rivelò la migliore possibile. Phil possedeva un talento eccezionale e una sensibilità musicale fuori dal comune. Molti dimenticano che lavorava fin da bambino e che ha dedicato praticamente tutta la sua esistenza alla musica.
Ha dato moltissimo al pubblico e alla storia dei Genesis. Per questo credo che abbia fatto bene a fermarsi quando ha sentito di non poter più sostenere certi ritmi. Nessuno dovrebbe essere costretto a dimostrare qualcosa dopo aver già dato tutto.
Osservando il panorama musicale contemporaneo, però, provo sentimenti contrastanti. Da una parte riconosco le enormi opportunità offerte dalla tecnologia. Oggi è possibile creare musica con strumenti che un tempo sarebbero stati impensabili. Le possibilità creative sono praticamente infinite.
Dall’altra parte, però, ho la sensazione che spesso la tecnologia abbia preso il sopravvento sulle idee. Vedo un mondo musicale in cui esistono strumenti sempre più sofisticati ma, troppo spesso, contenuti sempre più poveri.
Mi sembra che molte produzioni si basino su pochi concetti ripetuti all’infinito. La tecnologia è diventata protagonista mentre l’inventiva, la ricerca e la complessità musicale occupano uno spazio sempre più ridotto.
Anche osservando le nuove generazioni noto una certa solitudine. Vedo ragazzi circondati da connessioni digitali ma spesso lontani da relazioni autentiche. La tecnologia ha creato possibilità straordinarie, ma ha anche modificato profondamente il modo di vivere e di comunicare.
Per me la musica è sempre stata soprattutto incontro, dialogo e confronto tra persone. È il risultato di idee che si scontrano, si completano e si trasformano in qualcosa di nuovo. Non basta un computer per creare un’opera significativa. Servono visione, emozione, esperienza e coraggio.
Forse è per questo che continuo a portare sul palco la musica che abbiamo creato tanti anni fa. Non per nostalgia, ma perché credo che quelle composizioni rappresentino ancora oggi un invito a immaginare, a esplorare e a cercare qualcosa che vada oltre l’immediato.
La musica migliore nasce sempre dalla curiosità. E la curiosità, per fortuna, non invecchia mai.»