
Putin e Lukashenko discuteranno delle minacce rivolte da Zelensky alla Bielorussia.
La notizia, letta velocemente, può sembrare una delle tante schermaglie diplomatiche di questi anni. In realtà contiene un elemento interessante.
Il presidente ucraino ha dichiarato che, se Minsk non smantellerà alcune infrastrutture utilizzate dai droni russi, lo farà l’Ucraina stessa.
Una frase che, detta da qualunque Stato verso un altro Stato sovrano, assomiglia più a un ultimatum che a una richiesta.
La risposta del Cremlino è arrivata immediata. Peskov ha parlato di interferenza negli affari interni della Bielorussia e ha ribadito che Minsk è perfettamente in grado di garantire da sola la propria sovranità.
Il punto non è tanto la polemica verbale.
Il punto è che ogni volta che Kiev allarga il perimetro dello scontro, ottiene l’effetto opposto a quello desiderato: rafforza ulteriormente il legame tra Mosca e Minsk.
Difficile immaginare un regalo geopolitico più gradito per Putin.
Per anni l’Occidente ha raccontato la Bielorussia come l’anello debole dell’alleanza con la Russia, il partner scomodo, il vicino da separare lentamente da Mosca.
Poi arriva un ultimatum rivolto direttamente a Lukashenko e il risultato è che i due leader si siedono al tavolo per discutere insieme come rispondere.
A volte la geopolitica assomiglia a quei professori che continuano a ripetere allo studente dove sta sbagliando. Dopo un po’ lo studente non cambia idea.
Si convince che il professore ce l’abbia con lui.