
Bisogna riconoscere un merito a Donald Trump: ha il pregio della schiettezza.
Per decenni certe cose si facevano dietro il sipario, avvolte nelle nobili parole della diplomazia, della sicurezza internazionale, della libertà di navigazione e dell’ordine mondiale basato sulle regole.
L’uomo arancione, invece, entra sul palco e recita il copione senza maschera.
Prima si spiega all’Iran che Hormuz non può essere chiuso, che nessuno può ostacolare il traffico marittimo, che il diritto internazionale va rispettato e che i passaggi strategici appartengono a tutti.
Poi, nella scena successiva, si annuncia che forse gli Stati Uniti potrebbero prendere il controllo dello Stretto, imporre pedaggi e trattenere il 20% del petrolio che vi transita.
Una meraviglia giuridica. Un po’ come fare una lezione contro il furto e concluderla passando il cappello tra i presenti.
La parte più poetica, però, è quella dell’“angelo custode”. Non occupanti, non controllori, non esattori. Angeli.
E in effetti la storia recente è piena di angeli: angeli in Iraq, angeli in Libia, angeli in Siria, angeli in Afghanistan. Creature celesti che arrivano sempre per proteggere qualcuno e ripartono lasciando dietro di sé qualche piccolo dettaglio logistico da sistemare.
Il punto è che questo linguaggio funzionava benissimo quando davanti c’erano Paesi più deboli, isolati o ricattabili. Stavolta, però, dall’altra parte non c’è una qualsiasi repubblica tropicale da mettere in riga con due sanzioni e tre conferenze stampa.
E quando le regole vengono piegate troppo spesso a favore di chi le scrive, prima o poi qualcuno smette di considerarle regole e comincia a chiamarle con il loro vero nome.