
Davide arriva da me con la faccia di uno che ha appena assistito a un’eclissi emotiva. Si siede senza salutare. Io chiudo il libro. Non perché mi interessi davvero quello che sta per dire, ma perché so che non leggerò una riga finché non avrà finito.
«Zio… Barbara ha chiamato Cinzia.» «Ah.» «Le ha detto di farsi gli affari suoi.» «Era ora.» «E Cinzia… si è offesa.» «Immagino.» «E Barbara… era furiosa.» «Ottimo.»
Davide mi guarda come se avessi appena applaudito a un funerale.
«Zio, non è una cosa buona.» «Davide, è la cosa migliore che potesse succedere.» «Perché?» «Perché finalmente qualcuno ha detto a Cinzia quello che il mondo intero pensa da anni.»
Lui si passa una mano tra i capelli. È il suo tic preferito quando non capisce. Cioè quasi sempre.
«Zio… Cinzia voleva solo aiutare.» «Gli psicologi vogliono sempre aiutare. È questo il problema.» «Non puoi dire così.» «Posso. E lo faccio.» «Ma Cinzia è un’amica.» «Anche i gatti sono amici. Poi ti graffiano quando meno te l’aspetti.»
Davide sospira. Io no. Io non spreco fiato.
«Zio… Barbara dice che Cinzia ha esagerato.» «Barbara è stata gentile.» «Gentile?» «Sì. Io avrei usato un lessico più… chirurgico.» «Tipo?» «“Cinzia, smettila di proiettare le tue nevrosi sugli altri.”» «Zio!» «Oppure: “Cinzia, non tutto ciò che respira è un paziente.”» «Zio!» «O ancora: “Cinzia, il mondo non è un caso clinico. Tu sì.”»
Davide si copre il volto con le mani. Io mi sistemo gli occhiali. È un gesto che mi dà sempre soddisfazione.
«Zio…» dice lui, «Cinzia ha detto che Barbara è malinconica.» «Cinzia vede malinconia anche in un tostapane.» «E ha detto che io non la guardo più come prima.» «Cinzia vede problemi anche in un semaforo.» «E ha detto che Barbara non parla.» «Cinzia vede silenzi anche quando uno sta tossendo.»
Davide mi guarda. Io gli sorrido. Con affetto. Con cinismo. Con la consapevolezza di chi ha già visto tutto.
«Davide…» dico piano. «Cinzia non è cattiva. È solo… professionale.» «Non capisco.» «Lei non sa smettere. È come un chirurgo che vede un braccio e pensa: “Potrei aprirlo, così, per vedere com’è dentro”.» «Zio…» «E tu sei il braccio.»
Davide si accascia sulla sedia. Io continuo, perché è il mio dovere morale.
«Barbara ha fatto bene a chiamarla. Qualcuno doveva fermarla. Tu non lo avresti mai fatto.» «Perché?» «Perché sei troppo buono.» «È un difetto?» «È un disastro.»
Davide ride. Finalmente.
«Zio…» «Sì?» «Secondo te… Cinzia smetterà?» «No.» «Mai?» «Mai.» «E allora cosa facciamo?» «Niente.» «Niente?» «Aspettiamo che analizzi qualcun altro. Gli psicologi sono come i temporali: passano.»
Davide si alza. Sembra più leggero. Io riapro il libro.
«Zio?» «Sì?» «Grazie.» «Di niente. Ma ricordati una cosa.» «Quale?» «Se Cinzia ti dice che hai un problema…» «Sì?» «È probabile che il problema sia lei.»
Davide ride. Io no. Io non rido mai quando ho ragione.