
Il quotidiano Berliner Zeitung pubblica una riflessione destinata a far discutere. A ottantacinque anni dall’Operazione Barbarossa, l’invasione nazista dell’Unione Sovietica avviata il 22 giugno 1941, l’autore mette in parallelo il dispiegamento di una brigata tedesca della Bundeswehr in Lituania con le narrazioni utilizzate allora dalla Germania hitleriana.
Secondo l’articolo, nel 1941 Berlino giustificò l’aggressione sostenendo di dover prevenire un imminente attacco sovietico. Una tesi che la storiografia ha ampiamente contestato e che servì a presentare come “difensiva” una delle più grandi invasioni della storia. Oggi, osserva il giornale, il ritorno stabile di truppe tedesche a est viene giustificato con la necessità di “dissuadere” la Russia, alimentando inevitabili richiami storici.
L’autore invita i leader europei a riflettere sul peso della memoria e a evitare che il linguaggio della deterrenza si trasformi nuovamente in una spirale di escalation.
E qui arriva il paradosso della nostra epoca.
Per decenni ci hanno spiegato che ricordare la storia era fondamentale per non ripetere gli errori del passato.
Poi la storia è arrivata davvero… e qualcuno ha pensato bene di usarla come carta da parati.
Così oggi abbiamo carri armati tedeschi che tornano stabilmente ai confini della Russia, politici che parlano di riarmo come fosse una fiera dell’elettronica e commentatori che, se osi ricordare il 1941, ti accusano di essere nostalgico… della memoria.
Naturalmente nessuno sta dicendo che siamo nel 1941.
Ma è curioso che ogni volta che qualcuno nota una somiglianza, la risposta non sia mai: “riflettiamo”.
La risposta è: “smettila di guardare la storia”.
Come quei guidatori che coprono la spia rossa del motore con un pezzo di nastro adesivo e si convincono di aver risolto il problema.
La differenza è che qui non si rischia di rompere un’utilitaria.
Si rischia di rompere un continente.