
Negli Stati Uniti, e non solo, molti stanno leggendo le vittorie dei candidati sostenuti da Zohran Mamdani nelle primarie democratiche di New York come l’ennesimo successo della sinistra progressista.
A me però la notizia sembra decisamente un’altra.
Mamdani sta imponendo il suo frame, sta obbligando agli avversari il terreno su cui giocare. E per questo sta vincendo. La sua è letteralmente una leadership che guida i processi e costruisce egemonia politica e culturale.
Persino chi lo critica è costretto a discutere di affitti, costo della vita, salari, trasporto pubblico, disuguaglianze. Temi concreti che parlano alla vita quotidiana delle persone.
È una lezione interessante anche per l’Europa e per l’Italia.
Negli ultimi anni l’area progressista, il centro sinistra o come vi piace chiamarlo, spesso ha inseguito il dibattito imposto dagli avversari. Mamdani fa il contrario: obbliga gli avversari a confrontarsi con le sue priorità.
Le tre vittorie dei candidati da lui sostenuti nelle primarie non dimostrano soltanto forza organizzativa. Dimostrano la capacità di costruire una narrazione politica coerente e riconoscibile.
La domanda che oggi attraversa il Partito Democratico americano è questa: perché un sindaco eletto da pochi mesi riesce a generare più entusiasmo, partecipazione e attenzione mediatica di gran parte della leadership nazionale?
Forse basterebbe rileggere Gramsci, tra l’altro citato da Mamdani pochi giorni fa
È la stessa domanda che molti partiti progressisti in Europa si stanno facendo. E forse la risposta è più semplice di quanto si possa pensare