
Io adoro Barbara. È l’unica adulta che non mi tratta come se fossi un cucciolo di panda in via d’estinzione. Così, quando la vedo uscire dal supermercato, mi ci fiondo addosso.
«BARBARA!» Lei sobbalza. «Arianna! Santo cielo, mi hai fatto venire un infarto.» «Meglio un infarto che la noia.»
Lei ride. Io mi siedo sul muretto. Lei si appoggia accanto.
«Allora?» chiede. «Com’è andata oggi?» «Benissimo. Ho quasi ucciso Giulio.» «…come scusa?» «In senso figurato. Più o meno.»
Barbara inspira. È la sua preparazione mentale. La capisco: con me serve.
«Racconta» dice. E io racconto. Tutto. Senza respirare.
«Allora, eravamo al parco giochi. Io, zia Antonella e Giulio. Giulio era in modalità “sto per morire”, come sempre. Zia era in modalità “sto per farlo morire”, come sempre. Io ero sull’altalena, in piedi, perché seduta è da bambini.»
Barbara mi guarda come se stessi confessando un crimine. «In piedi?» «Sì.» «Arianna…» «Barbara, sto bene. Ho un equilibrio perfetto. Sono come un gatto, ma più intelligente.»
Lei ride. Io continuo.
«Comunque, Giulio era lì che sembrava un pinguino depresso. Zia gli parlava troppo vicino, come sempre. E lui sudava. Tantissimo. Sembrava un gelato al sole.»
Barbara si copre la bocca per non ridere. Io vado avanti.
«A un certo punto gli ho chiesto perché è sempre così… così… Giulio.» «E lui?» «Ha detto che non sapeva cosa significasse. E allora gliel’abbiamo spiegato.» «“Gliel’avete”?» «Sì. Io e zia. In coro. È stato bellissimo.»
Barbara scuote la testa. «Povero Giulio.» «No, povero niente. Gli vogliamo bene.» «Lo so.» «E gliel’abbiamo detto.» «Ah.» «E lui si è quasi commosso. O quasi svenuto. Non ho capito.»
Barbara ride di nuovo. Io mi sento fiera.
«Poi ho fatto un salto dall’altalena.» «Arianna!» «Barbara, sono viva.» «Per ora.» «E sono atterrata benissimo.» «Questo non mi rassicura.»
Io mi avvicino. La guardo negli occhi.
«Barbara… posso dirti una cosa?» «Certo.» «Tu sei fortunata.» «Perché?» «Perché hai Davide.» «Ah.» «E Davide è… Davide.» «Sì.» «E tu sei… tu.» «Sì.» «E insieme siete… una cosa bella.»
Barbara si ammorbidisce. La vedo. È come quando un gatto decide che può fidarsi.
«Grazie, Arianna» dice piano. «Prego. Però ascolta.» «Dimmi.» «Non fare come Giulio.» «Cioè?» «Non diventare una che non dice le cose.» «Io?» «Sì.» «Io dico sempre le cose.» «Appunto. Continua.»
Barbara mi guarda. Io la guardo. C’è un silenzio strano. Di quelli che non fanno paura.
Poi lei sorride. «Arianna… tu sei un terremoto.» «Grazie.» «Non era un complimento.» «Lo so. Ma lo prendo lo stesso.»
Lei ride. Io pure.
«E Antonella?» chiede. «Zia? È felice.» «Davvero?» «Sì. Oggi sì.» «E Giulio?» «È vivo.» «Bene.» «Per ora.»
Barbara scuote la testa. Io mi alzo. Mi rimetto lo zaino.
«Barbara?» «Sì?» «Se vuoi, domani ti porto sull’altalena.» «No.» «Perché?» «Perché ci tengo alla mia integrità fisica.» «Ah. Giusto.»
Le faccio un cenno. Lei mi saluta.
E mentre me ne vado penso:
Gli adulti sono strani. Ma almeno Barbara è strana nel modo giusto.