
Io non so perché mi sono offerto di chiedere aiuto proprio a lei. Cioè, lo so: perché è elegante, calma, gentile, e quando parla sembra che stia spiegando la vita a un bambino di cinque anni senza farlo sentire stupido. Ma allo stesso tempo… mi mette un’ansia che non so spiegare. Forse perché è troppo composta. Troppo perfetta. Troppo… Luisa.
Entro in sala professori con il mio portatile in mano, come se stessi portando una bomba che non so disinnescare. Il registro elettronico mi odia. Io lo odio. È un rapporto reciproco, maturo, consapevole.
Lei è già lì. Seduta. In silenzio. Con un libro. Ovviamente.
«Ciao Luisa» dico, cercando di sembrare normale. Non ci riesco.
Lei alza lo sguardo. Sorriso leggero. Quello che ti fa pensare che tutto andrà bene, anche se non è vero.
«Ciao Marco. Dimmi pure.»
Io mi siedo. Troppo vicino. Mi sposto. Troppo lontano. Mi risposto. Lei finge di non notare. Professionista.
«Ehm… il registro elettronico. Non riesco a… cioè… non capisco come… insomma…» Lei chiude il libro. Con calma. Troppa calma.
«Fammi vedere.»
Io apro il portatile. Il registro si apre. Si blocca. Si chiude. Si riapre. Fa un rumore che non dovrebbe fare. Io sudo.
«È normale» dice lei. «Ah.» «Succede.» «Ah.» «Non ti preoccupare.» «Ah.»
Perché dico sempre “ah”? Perché?
Lei si avvicina. Troppo. Sempre troppo. Ha un profumo leggero, non invadente. Io penso: ok, concentrati sul registro, non sul profumo.
«Allora… qui devi inserire le assenze» dice. «Sì.» «E qui i voti.» «Sì.» «E qui le note.» «Sì.» «E qui…» «Sì.»
Lei si ferma. Mi guarda. Io guardo lo schermo. Lo schermo guarda me. Io penso: sono un idiota.
«Marco…» dice lei. «Sì.» «Hai capito qualcosa?» «Sì.» «Cosa?» «Che devo… cliccare.» «Sì, ma… dove?» «Eh… dipende.» «Da cosa?» «Da… quello che voglio fare.» «E cosa vuoi fare?» «Non lo so.»
Lei inspira. Lentamente. Troppo lentamente. È il respiro di chi sta attivando la pazienza avanzata.
«Marco, non è difficile.» «Per te.» «Per tutti.» «Non per me.»
Lei sorride. Io penso: ok, forse non mi uccide.
Poi succede.
Entra la vicepreside. Ci guarda. Guarda me. Guarda Luisa. Guarda il portatile. Guarda la distanza tra noi. Guarda di nuovo me.
«Oh… scusate» dice. «Disturbo?» «No» dice Luisa. «Sì» dico io. Lei mi guarda. Io mi correggo. «No.»
La vicepreside sorride. Un sorriso strano. Un sorriso da “ho capito tutto, anche se non c’è niente da capire”.
«Ah, bene. Allora vi lascio lavorare. È bello vedere… collaborazione.»
E se ne va. Io penso: collaborazione? Ma cosa ha visto?
Luisa non dice niente. Io non dico niente. Il registro si blocca di nuovo.
«Marco…» dice lei. «Sì.» «Non devi agitarti.» «Non sono agitato.» «Stai sudando.» «È il portatile.» «Il portatile non suda.» «Questo sì.»
Lei ride. Poco, ma ride. Io penso: ok, forse non sono completamente ridicolo.
Poi entra un altro collega. Uno che non conosco. Ci guarda. Guarda il portatile. Guarda Luisa. Guarda me.
«Ah… scusate… siete…?» «Colleghi» dice Luisa. «Sì, sì, certo… ma… siete…?» «Colleghi.» «Ah.» «Sì.» «Ah.» «Sì.» «Ah.»
Perché tutti dicono “ah”? È contagioso?
«No perché… sembravate…» «No.» dice Luisa. «Ah.» «Sì.»
Il collega se ne va. Io mi copro la faccia con le mani.
«Luisa…» «Dimmi.» «Perché tutti pensano che…?» «Perché sei agitato.» «Io non sono agitato.» «Hai appena rovesciato la penna.» «È caduta da sola.» «E hai sbagliato tre volte a scrivere la password.» «La tastiera è scivolosa.» «E hai chiamato il registro “signore”.» «Era un lapsus.»
Lei ride di nuovo. Io penso: ok, forse sono ridicolo. Ma almeno la faccio ridere.
«Marco…» dice lei. «Sì.» «Rilassati.» «Sì.» «È solo un registro.» «Sì.» «E io sono solo una collega.» «Sì.» «Non devi… agitarti.» «Non sono agitato.» «Hai appena sbagliato di nuovo la password.» «È il portatile.» «Marco.» «Sì.» «Respira.» «Ok.»
Respiro. Lei mi guarda. Io guardo lo schermo. Lo schermo si blocca. Io penso: ok, almeno la colpa non è mia.
«Marco…» «Sì.» «Vuoi un tè?» «Sì.» «Andiamo.» «Ok.»
Usciamo dalla sala professori. Io penso: ok, forse oggi non ho fatto una figura terribile. Poi la vicepreside ci vede passare insieme e sorride di nuovo.
Ok. L’ho fatta.