
Io lo sapevo che oggi sarebbe stata una giornata storta. L’ho capito stamattina, quando ho aperto il bar e la macchina del caffè ha fatto quel rumore tipo bronchite cronica, come se pure lei volesse dirmi: “A Sabri’, oggi te arrangi”. E invece no, perché io non mi arrangio mai, io lavoro. Sempre. Troppo. E mo’ sto qui, ai giardinetti, con il panino che mi guarda come se fosse lui a compatirmi.
Federico arriva in ritardo, come al solito. Cammina come se avesse paura di disturbare l’aria. È un ragazzo buono, troppo buono, di quelli che se gli dici “passami il sale” ti chiedono scusa pure se te lo porgono con la mano sbagliata.
«Ciao Sabrina» fa lui, sedendosi piano, come se la panchina fosse fatta di cristallo.
«A Fede’, ma che c’hai, la pressione bassa pure oggi?» Lui sorride, quel sorriso timido che gli fa sembrare gli occhi più grandi.
«No, è che… ho corso.»
«Hai corso? E dove? Che manco te sudato.» «Dal semaforo.» «Ah beh, allora sì, maratona de Roma.»
Lui ride, ma piano, come se avesse paura che qualcuno lo senta. Io invece rido forte, perché se non rido io, chi ride.
Mi apro il panino. Prosciutto e mozzarella. Solita roba. La pausa pranzo è l’unico momento in cui posso sedermi senza che qualcuno mi dica: “Signorì, me fai un cappuccino tiepido ma non troppo, con la schiuma che però non deve essere schiuma, deve essere… boh, aria santa”.
Federico mi guarda il panino come se fosse un oggetto misterioso.
«Non mangi?» gli chiedo.
«Sì, sì…» Tira fuori una vaschetta di insalata che sembra più un castigo divino che un pasto.
«Ma che è, penitenza?» «È che sto cercando di mangiare meglio.» «Fede’, tu devi mangiare e basta. Che se continui così, te porto io al pronto soccorso.»
Lui abbassa lo sguardo. È tenero, in quel modo suo un po’ storto. E io lo so perché è così: perché pensa ad Antonella. E quando pensa ad Antonella, gli si spegne metà cervello e l’altra metà va in tilt.
«L’hai vista oggi?» gli chiedo, facendo finta di niente.
«Chi?» «Chi… la Madonna de Lourdes. Antonella, no?» «Ah… sì. Cioè, no. Cioè… l’ho vista ma non ci ho parlato.»
«E perché?» «Perché… non lo so. Mi sembrava impegnata.» «Fede’, quella pure quando respira sembra impegnata. È il suo modo de stare al mondo.»
Lui sorride di nuovo, ma stavolta un po’ più forte. Mi piace quando si rilassa. Mi fa venire voglia di proteggerlo, come un fratello minore che però ha quarant’anni e ancora non ha capito come si fa a vivere.
Io guardo i giardinetti. Due vecchietti litigano per una panchina. Un cane abbaia a un piccione che se ne frega. Una mamma urla al figlio di non arrampicarsi, e il figlio si arrampica lo stesso. La vita, insomma.
«Oggi al bar è stato un inferno» dico, mordendo il panino. «Che è successo?» «Che è successo… che è successo… che la gente è scema, Fede’. È successo questo.»
Lui ride. Io continuo.
«Una mi ha chiesto un caffè decaffeinato, ma col gusto del caffeinato. Un’altra voleva un cornetto vegano ma con la crema. Un tizio ha pagato con cinquanta euro e poi ha contato il resto come se stessi rubando la pensione a sua nonna.»
Federico scuote la testa. «Non capisco come fai a sopportare tutto questo ogni giorno.»
«Non lo sopporto, Fede’. Lo subisco. Che è diverso. Io so’ come quei pali della luce che prendono le botte delle macchine e restano lì. Solo che io non so’ un palo. Io so’ Sabrina. E prima o poi me stufo.»
Lui mi guarda serio. Troppo serio.
«Tu non sei un palo. Sei una forza della natura.»
Io mi fermo. Perché Federico non dice mai cose così. Lui parla piano, pensa troppo, si scusa pure quando respira. Ma quando gli scappa una frase vera, una frase che viene da dentro, te la senti addosso come un vento caldo.
«A Fede’, ma che te sei magnato oggi? L’insalata motivazionale?» Lui arrossisce. Io rido. Ma dentro, quella frase me la tengo.
«E poi» aggiungo, «se non venivo qui a sfogarmi con te, oggi spaccavo la macchina del caffè.»
«Puoi sfogarti con me quando vuoi.» «Lo so.»
E lo so davvero. Federico è uno che ascolta. Non parla, non giudica, non interrompe. Ascolta. E oggi, in mezzo al casino del bar, al rumore, alla gente che pretende, io avevo bisogno proprio di questo.
«Sabri…» «Dimmi.» «Posso chiederti una cosa?» «Prova.» «Secondo te… Antonella…» «Fede’, se me chiedi se te pensa, la risposta è sì. Se me chiedi se te vede, la risposta è forse. Se me chiedi se te capisce… no. Ma non perché sei tu. Perché è lei.»
Lui sospira. Io gli do una pacca sulla spalla.
«Aho’, ma che te credi che la vita è facile? Io c’ho gente che mi chiede il cappuccino tiepido da vent’anni. Tu c’hai Antonella. Ognuno c’ha la sua croce.»
Federico ride. E io pure.
Il sole scende piano, tra gli alberi dei giardinetti. La pausa pranzo sta finendo. Tra poco torno al bar, alla macchina del caffè bronchitica, ai clienti che vogliono la schiuma “ma non troppo”.
Ma per un attimo, qui, con Federico e il suo coraggio timido, mi sento… bene. Stanca, sì. Incazzata col mondo, sempre. Ma bene.
«Dai, Fede’. Torniamo. Che se arrivo tardi, quelli pensano che sto a fa’ vita comoda.»
«E non è così?» «Magari.»
Ci alziamo. Lui butta la vaschetta dell’insalata. Io finisco il panino. E mentre camminiamo verso il bar, penso che forse, in mezzo a tutto sto casino, avere qualcuno che ti ascolta vale più di un giorno libero.