
Io non so perché accetto ancora di accompagnare Cristiano in posti del genere. Ogni volta che dice “è una cosa veloce”, finiamo in un girone dantesco con animali, persone sudate e un livello di rumore che manco in discoteca nel ’98.
Il negozio di articoli per animali è pieno. Pieno pieno. Cani che abbaiano, gatti che soffiano, un pappagallo che ripete “stronzo” ogni tre secondi — e non capisco se ce l’ha con me o con la vita in generale.
Cristiano è davanti a me, con quell’aria da “so esattamente cosa sto facendo”, che è sempre il preludio al disastro.
«Davide, guarda questo guinzaglio. È ergonomico.» «Cristiano, tu non hai un cane.» «Ma potrei averlo.» «E io potrei diventare astronauta.» «Non è la stessa cosa.» «No, infatti io ho più possibilità.»
E mentre sto per dirgli che non comprerà mai un cane perché ha paura dei piccioni, entra Lorenzo.
Lorenzo è il cugino di Cristiano. Io l’ho visto due volte nella vita, ma lui si comporta come se fossimo cresciuti insieme in un campo scout.
«RAGAZZI!» La sua voce rimbalza sulle pareti come un proiettile. Un barboncino si spaventa e abbaia. Il pappagallo dice “stronzo”. Io penso: sì, siamo in tema.
«Oh, Davide! Grande! Ma che ci fai qui?» «Sto cercando di sopravvivere.» «Ahahah! Sempre ironico! Grande!»
Lorenzo parla come se avesse un microfono interno collegato a un amplificatore. È uno di quelli che ti dà pacche sulle spalle troppo forti, ride troppo forte, respira troppo forte. Un entusiasmo che ti stanca solo a guardarlo.
«Cristiaaaaano! Cugino mio!» Lo abbraccia. Cristiano soffoca. Io guardo la scena con la stessa espressione che ho quando vedo un incidente in tangenziale: non voglio guardare, ma guardo.
«Raga, sto cercando un regalo per il cane della mia ex.» «Perché?» chiedo. «Perché così capisce che sono una persona matura.» «O disperata.» «No, Davide, no! È strategia! È marketing emotivo!»
Io penso: questo è pericoloso. Per lui e per il cane.
Lorenzo prende un pupazzetto a forma di pollo. Lo schiaccia. Fa “QUAAAK”. Il pappagallo risponde “stronzo”.
«Perfetto!» dice Lorenzo. «Per cosa?» «Per dimostrarle che sono ancora presente nella sua vita.» «Con un pollo che fa quaak?» «Sì!» «Ok.»
Cristiano mi guarda come per dire: “non lo giudicare”. Io lo guardo come per dire: “non posso farne a meno”.
Lorenzo continua a parlare. Parla di lavoro, di progetti, di idee, di startup che non esistono, di contatti che non ha, di investitori che non lo conoscono. È un fiume in piena. Io annuisco. Cristiano annuisce. Il pappagallo dice “stronzo”.
«Raga, voi siete la mia crew!» dice Lorenzo. «Crew?» «Sì! La mia squadra! Il mio team! Il mio nucleo operativo!» «Lorenzo, noi siamo venuti a comprare un guinzaglio.» «E io un pollo!» «Sì, l’ho notato.»
A un certo punto Lorenzo si avvicina a me. Troppo. Sempre troppo.
«Davide, posso chiederti un consiglio?» E io penso: no. «Certo.» Perché sono stupido.
«Secondo te, se le regalo anche un sacchetto di biscotti per cani, capisce che sono un uomo affidabile?» «No.» «Ah.» «Capisce che sei un uomo che compra biscotti per cani.» «Che è diverso?» «Molto.»
Cristiano interviene. «Lorenzo, forse dovresti… non so… lasciarla respirare.» «Respirare?» «Sì.» «Ma io voglio farle capire che ci sono!» «Ecco, appunto.»
Lorenzo si ferma. Per la prima volta da quando è entrato, tace. Io penso: miracolo.
Poi sorride. «Raga, siete i migliori. Davvero. Senza di voi non saprei che fare.» «Lorenzo, noi non abbiamo fatto niente.» «Appunto! È questo il bello!»
E riparte. Corre verso la cassa con il pollo che fa quaak e i biscotti per cani. Il pappagallo lo saluta con uno “stronzo” affettuoso.
Cristiano sospira. Io pure.
«Davide…» «Dimmi.» «Secondo te ce la farà?» «A riconquistare l’ex?» «Sì.» «No.» «Ah.» «Ma farà ridere mentre ci prova.» «Questo sì.»
Usciamo dal negozio. Lorenzo ci saluta da lontano, agitando il pollo come una bandiera di guerra.
E mentre camminiamo, Cristiano dice: «Dai, ammettilo. Ti sta simpatico.» «Cristiano, io non ammetto niente.» «Ma ti sta simpatico.» «Forse.» «Lo sapevo.» «Cristiano…» «Dimmi.» «Se mi porta un pollo che fa quaak, io lo butto dalla finestra.» «Ok.»