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Il Corriere della Sera titola:
“Putin s’inventa un fiume.”
L’Oskol esiste eccome. È il nome russo del fiume. In ucraino lo stesso corso d’acqua si chiama Oskil. Esattamente come esistono Mosca/Moskva, Kiev/Kyiv, Kharkov/Kharkiv. Cambia la lingua, non la geografia.
Sembra invece che qualcuno abbia cercato in fretta su Internet, sia finito sulla città russa di Stary Oskol e da lì abbia costruito la tesi secondo cui “il fiume non esiste”. Un errore grossolano, che diventa ancora più grave quando viene rilanciato da uno dei principali quotidiani italiani.
Ma il punto non è nemmeno questo.
Il vero problema è che, pur di negare o ridimensionare ogni avanzata russa, si finisce per discutere della traslitterazione di un nome invece dei fatti sul terreno.
Se non è zuppa, è pan bagnato.
Che lo si chiami Oskol o Oskil, il fronte continua a muoversi. Le carte militari cambiano indipendentemente dalla lingua con cui vengono lette.
Quando il dibattito si riduce a cercare un cavillo semantico per evitare di parlare dell’evoluzione del conflitto, l’informazione smette di descrivere la realtà e inizia a inseguire una narrazione.