
Appena chiudo la porta dietro di noi, sento la casa tirare un sospiro. Non so se è la casa o sono io. Forse tutte e due. Davide si toglie la giacca con quel suo modo lento, un po’ teatrale, come se ogni gesto fosse una scena. E io penso: ecco, pure oggi fa il protagonista. Ma mi piace. Mi piace sempre. Anche quando mi irrita.
«Bella passeggiata, eh?» dice lui, come se non avesse passato metà del tempo a guardare quella ventenne a Villa Ada.
Io appoggio la borsa sul tavolo. La guardo. Poi guardo lui. Poi guardo la borsa di nuovo. Perché se lo guardo troppo presto, rischio di partire male.
«Sì, bella» dico. E già sento la vena che pulsa. Non quella della gelosia. Quella della lucidità.
Lui si avvicina al frigorifero. Apre. Guarda dentro come se stesse scegliendo un destino. Prende l’acqua. Beve. E io penso: bevi, bevi… che tra un po’ ti serve idratazione.
«Barbara, che c’è?» Eccolo. Il momento.
«Niente.» «Ah.» «Sì.» «Ok.»
Silenzio. Il silenzio che Davide odia. Il silenzio che io uso come arma. Non per ferire. Per far capire.
«Barb…» «Davide.» «Dimmi.» «La ragazzina.»
Lui si blocca. Non si gira. Beve un altro sorso. Troppo lungo. Troppo pensato.
«Quale ragazzina?» Ecco. Il paraculo. Puntuale come le tasse.
«Quella che ti guardava come se stessi vendendo biglietti per un concerto.» «Ma chi?» «Davide.» «Ok, ok… quella lì.» «Quella lì.» «Sì.» «Che ti guardava.» «Non mi guardava.» «Ti guardava.» «Barb…» «Ti guardava.»
Lui si gira finalmente. Ha quell’espressione da “non so come ci sono finito ma ci sono finito”. La conosco. La conosco troppo bene.
«Barbara, avevo gli occhiali da sole.» «E quindi?» «Non vedevo bene.» «Ah, certo. La miopia selettiva.» «Non è miopia selettiva.» «No?» «No.» «E cos’è?» «È… camminare.»
Io lo guardo. Lui mi guarda. E penso: se non lo amassi, lo strozzerei con il laccio delle scarpe.
«Barbara, te lo giuro, non stavo guardando nessuno.» «Davide, io non sono scema.» «Lo so.» «E non sono gelosa.» «Lo so.» «E non sono paranoica.» «Lo so.» «E non sono…» «Barbara, lo so.»
Mi interrompe. E questo mi irrita più della ragazzina. Perché quando mi interrompe, significa che ha capito dove voglio andare. E vuole arrivarci prima.
«Barb, io…» «Davide, senti. Io non sto dicendo che hai fatto qualcosa.» «Ok.» «Sto dicendo che…» «Che?» «Che mi dà fastidio.» «Cosa?» «Che una ventenne ti guardi così.»
Lui si avvicina. Troppo. Sempre troppo. Ha quella faccia da “so che stai per dire qualcosa di importante e voglio essere vicino”. E io penso: sei attraente, sì. Ma anche un po’ stronzo.
«Barbara…» «No, fammi finire.» «Ok.» «Io lo so che tu non sei uno da ventenni.» «Grazie.» «Non è un complimento.» «Ah.» «Tu sei sempre stato uno da… donne.» «Donne?» «Donne donne.» «Ah.» «Sì.» «E quindi?» «E quindi non è quello.» «E cos’è?» «È che… oggi… non lo so. Mi ha dato fastidio.»
Lui mi guarda. E per un attimo non dice niente. Che è raro. Rarissimo. E io penso: ok, forse non devo ucciderlo.
«Barbara… io guardavo gli alberi.» «Gli alberi.» «Sì.» «Gli alberi.» «Sì.» «Gli alberi.» «Barbara, Villa Ada è piena di alberi.» «E anche di ventenni.» «Ma io guardavo gli alberi.» «Davide…» «Barbara… io ho sempre avuto un debole per le donne mature.» «Lo so.» «E tu lo sai.» «Lo so.» «E quindi?» «E quindi non è quello.» «E cos’è?» «È che… oggi… ero stanca.»
E lì. Lì succede la cosa che non mi aspettavo. Lui si ammorbidisce. Non negli occhi. Nel corpo. Come se avesse capito tutto. Prima di me.
«Barbara… vieni qui.»
Io faccio finta di resistere. Per dignità. Per coerenza. Perché sono Barbara. Ma lui mi prende le mani. E io cedo. Perché sono Barbara. E perché è Davide.
«Barb… io ti guardo sempre. Sempre. Anche quando non mi guardi tu.»
E io penso: ecco, il paraculo. Ma il mio paraculo.
Mi appoggio a lui. Sento il suo odore. Quel misto di camminata, vento, e Davide. E mi sciolgo. Non troppo. Quel tanto che basta.
«Scusa» dico. «Per cosa?» «Per niente.» «Ok.» «È stata una giornata pesante.» «Lo so.» «Come lo sai?» «Perché ti conosco.» «Ah.» «Sì.»
Mi stringe. Io lo stringo. E penso: sei attraente, sei paraculo, sei mio. E va bene così.