
VOCI CUBANE CONTRO IL TRADIMENTO
A Cuba il mondo della cultura freme di indignazione per l’infame tradimento di cui si è macchiata Delcy Rodriguez e la camarilla corrotta che la circonda.
Giorno dopo giorno sempre più intellettuali, giornalisti, artisti e scrittori aggiungono la loro voce per denunciare la deriva liquidazionista della cupola golpista al potere in Venezuela.
LA VERITA’ CHE NON VOGLIONO SENTIRE
di Eduardo Miguel Alvarez Estevez ★ Giornalista di Prensa Latina
Traduzione a cura di Roberto Vallepiano
Il Venezuela non è più un paese sovrano. È un protettorato. Uno stato libero associato che si rifiuta di riconoscere ciò che tutti sanno: che le sue decisioni non si prendono a Miraflores, ma a Washington.
Non è un’analisi. È una descrizione dei fatti. Maduro è stato scambiato come un domino. Delcy Rodriguez gestisce ciò che gli è stato lasciato gestire. E Vladimir Padrino López, il generale che ieri giurava fedeltà eterna all’eredità di Chavez, oggi obbedisce agli ordini di un Pentagono che non si preoccupa nemmeno di nascondere la sua presenza nel paese.
Non sono Giuda. Sono architetti.
Qui bisogna essere precisi. Un Giuda tradisce per debolezza, ambizione, paura. Padrino e Delcy non sono traditori improvvisati. Sono architetti della loro stessa sopravvivenza. Ogni passo che fanno è calcolato. Sanno che il loro potere non dipende più dal voto popolare o dalla Costituzione bolivariana, ma dal far felici i loro nuovi interlocutori a Washington.
Gli hanno lasciato le loro poltrone. Gli hanno permesso di tenere parte del commercio petrolifero. Hanno lasciato loro l’illusione di governare ancora. Ma ogni licenza concessa, ogni contratto firmato, ogni decisione strategica passa prima attraverso il filtro della Casa Bianca.
È il vecchio modello coloniale con abiti moderni: un governo locale che amministra gli interessi dell’impero in cambio di briciole di potere e la promessa di non finire all’Aia.
Ciò che Cuba rappresenta per loro:
Per Padrino e Delcy, Cuba è uno specchio scomodo. Ogni giorno che resistiamo senza inginocchiarci, ricordiamo loro cosa hanno smesso di essere. Per questo hanno bisogno che cadiamo. Per questo sarete i primi ad applaudire se Washington riuscirà a piegarci. Perché una Cuba in piedi è la prova vivente che il suo tradimento non era inevitabile, ma scelto.
Quello che sostengo:
Non sprecherò energie per insultarli. Che la storia li giudichi, se qualcuno si ricorderà ancora di loro tra vent’anni.
Preferisco concentrarmi sulle nostre priorità: rimanere in piedi, non vendere dignità per un piatto di lenticchie, dimostrare che quello che hanno fatto non era l’unica via d’uscita.
Noi non siamo il 52° Stato di nessuno. Non siamo liberi associati di nessun impero. Siamo Cuba. E finché rimane un cubano che scrive, che lavora, che resiste, andremo avanti a testa alta.
Patria o muerte. Venceremos.