
Io non capisco perché la gente dica che ho poca autostima. Io ce l’ho. È il mondo che non collabora.
Torno a casa dopo il pomeriggio al parco giochi con Antonella e Arianna. Mi butto sul divano. Chiudo gli occhi. E ripenso a tutto.
E lì… succede. Il cervello parte. Da solo. Senza permesso.
Antonella mi vuole. È evidente. Chiarissimo. Lampante.
Ripercorro la scena.
Lei mi ha detto: «Giulio, noi ti vogliamo bene.»
Noi. Plurale. Inclusivo. Affettuoso. Ma soprattutto: ti vogliamo bene.
Che, tradotto dal linguaggio delle donne, significa: “Sto cercando un modo elegante per dirti che sei speciale.”
Poi mi ha dato quella pacca sulla spalla. Forte. Molto forte. Troppo forte.
Segno di passione repressa. Ovviamente.
E poi… Poi c’è stata quella frase.
«Tu sei la nostra costante.»
La nostra costante. La nostra. Costante. COSTANTE.
Io non so esattamente cosa significhi, ma suona importante. Suona… romantico. Suona come una cosa che si dice a qualcuno che non vuoi perdere.
E allora mi alzo dal divano. Cammino avanti e indietro. Mi guardo allo specchio.
«Giulio…» dico al mio riflesso. «Forse… forse piaci ad Antonella.»
Il mio riflesso non risponde. È sempre stato timido.
Continuo a ragionare. Arianna ha detto che sono un disastro vivente. E Antonella ha annuito. E poi mi ha sorriso.
Le donne fanno così. Ti insultano per flirtare. È un classico. L’ho letto da qualche parte. Forse su un biscotto della fortuna.
Mi siedo. Prendo il telefono. Apro WhatsApp. Cerco “Antonella”.
La chat è vuota. Non ci siamo mai scritti. Perfetto. È il momento giusto per iniziare.
Scrivo: Ciao Antonella, tutto bene?
La guardo. La cancello. Troppo banale.
Scrivo: Oggi sei stata molto dolce.
La guardo. La cancello. Troppo diretto.
Scrivo: Mi hai fatto riflettere.
La guardo. La cancello. Troppo filosofico. Non sono credibile.
Scrivo: Ti va un caffè domani?
La guardo. La cancello. Troppo esplicito. Potrei morire.
Alla fine scrivo: Ciao! Ho trovato un cucchiaio nella mia borsa. È tuo?
Non ho trovato nessun cucchiaio. Ma lei sì. Lei perde sempre qualcosa. È perfetto.
Lo invio. Subito. Senza pensarci.
Passano tre secondi. Mi pento. Passano cinque secondi. Mi vergogno. Passano dieci secondi. Mi sdraio sul pavimento.
Poi arriva la risposta.
Giulio, perché dovrei avere un cucchiaio nella tua borsa?
Mi siedo di scatto. Panico. Panico totale.
Scrivo: Ah no scusa! Era una battuta! Ahahahah!
Tre “ah”. Troppi. Sembro un tacchino.
Lei risponde.
Giulio, stai bene?
Io penso: No. Ma scrivo: Sì! Benissimo!
Poi aggiungo: Se vuoi, domani ti porto un cucchiaio vero!
Invio. Mi copro la faccia con le mani. Mi rotolo sul divano. Mi chiedo perché Dio mi abbia creato.
Lei risponde dopo un minuto.
Giulio, vai a dormire.
E io penso:
È fatta. Mi sta proteggendo. È preoccupata per me. È amore.
Mi addormento sorridendo. Convinto. Fiero. Ridicolo.