
Bevi un bicchiere di vino per staccare dal lavoro. Il tuo cervello non si sta rilassando: sta prendendo nota.
Stai insegnandogli, ogni volta, che l’unico strumento disponibile per gestire lo stress sei tu che apri la bottiglia.
Nel 2019, uno studio pubblicato su JAMA Psychiatry ha analizzato 90 uomini in disintossicazione presso l’Istituto Centrale di Salute Mentale di Mannheim, in Germania. Ricercatori, risonanze magnetiche, una tecnica chiamata DTI — Diffusion Tensor Imaging — capace di misurare la microstruttura interna della sostanza bianca, le fibre che tengono connesse le diverse aree del cervello.
Quello che si aspettavano di trovare era abbastanza prevedibile: un cervello danneggiato che, una volta tolto l’alcol, comincia a recuperare. Quello che hanno trovato era diverso.
I danni non si fermano quando smetti di bere.
Nelle sei settimane successive all’ultimo bicchiere, la sostanza bianca continua a deteriorarsi. Le aree più colpite sono il corpo calloso — il fascio di fibre che collega i due emisferi — e il fornice, che mette in comunicazione ippocampo, nucleus accumbens e corteccia prefrontale: le zone del cervello che gestiscono memoria, motivazione e controllo delle scelte. I valori di fractional anisotropy, l’indice che misura l’integrità di queste fibre, risultano ridotti con una dimensione dell’effetto di Cohen d pari a −0,84 nel corpo calloso e −0,92 nel fornice. Non numeri astratti: sono la firma quantitativa di un danno strutturale in progressione.
Spoiler: i ratti sottoposti allo stesso protocollo mostrano valori ancora peggiori — Cohen d −1,17 e −1,24. Il modello animale e quello umano raccontano la stessa storia.
Il meccanismo è questo: quando deleghi la gestione dello stress all’alcol in modo ripetuto, i circuiti neurali che normalmente svolgerebbero quel compito smettono di essere usati. Il cervello è un sistema che allena ciò che usa e lascia atrofizzare ciò che non usa. Nel tempo, quella delega diventa strutturale.
E qui arriva la parte che la maggior parte delle persone non considera. Secondo la letteratura scientifica, una quota di questi danni non è reversibile. Lo studio di Mannheim non ha seguito i pazienti oltre le sei settimane — quindi non può dire cosa succede dopo. Ma può dire con certezza cosa succede nelle prime sei: il danno continua ad avanzare, guidato da processi di demielinizzazione e risposta gliale che l’astinenza, da sola, non arresta nell’immediato.
L’idea che smettere risolva tutto, e in fretta, non trova riscontro nei dati.
Chi beve “solo per rilassarsi” non sta semplicemente sviluppando un’abitudine. Sta modificando fisicamente l’architettura del proprio cervello — e parte di quella modifica non torna indietro.
In breve:
Bere ‘per rilassarsi’ ricabla fisicamente le connessioni neurali, delegando la gestione dello stress all’alcol.
Uno studio JAMA Psychiatry 2019 su 90 uomini ha misurato con DTI che il danno alla sostanza bianca progredisce per 6 settimane dopo l’ultimo bicchiere.
Parte dei danni — a corpo calloso e fornice — non è reversibile secondo la letteratura scientifica