
Io stavo leggendo. Un libro serio. Di quelli che richiedono silenzio, concentrazione e un minimo di rispetto per la dignità umana.
Poi suonano alla porta.
E capisco che la dignità umana oggi non la vedrò.
Apro. È Antonella. Con gli occhiali storti, la borsa aperta, e un’espressione che definire “confusa” sarebbe un complimento.
«Alfonso!» «Antonella.» «Ti devo dire una cosa importantissima.» «Immagino.» «No, no, ma proprio importantissima. Tipo… tipo…» Si ferma. Pensa. Si perde. «…non mi ricordo. Ma è importantissima.»
Perfetto.
La faccio entrare. Si siede sul divano come se fosse un trampolino elastico. La borsa cade. Escono: un caricabatterie, un pacchetto di cracker, un cucchiaio, e un libro di ricette thailandesi.
«Antonella… perché sei qui?» «Perché devo parlarti di Giulio.» «Ah.» «E di Arianna.» «Ah.» «E di Barbara.» «Ah.» «E di Davide.» «Ah.» «E di un’altalena.» «…ah.»
Lei annuisce, soddisfatta. Come se avesse appena risolto un’equazione.
«Allora, senti… oggi eravamo al parco giochi.» «Chi?» «Io, Arianna e Giulio.» «Capisco.» «E Arianna era sull’altalena.» «Bene.» «In piedi.» «Male.» «E poi ha saltato.» «Malissimo.» «Ma è atterrata benissimo!» «Non migliora la situazione.»
Antonella si avvicina. Troppo. Sempre troppo.
«E poi… e poi… Giulio era triste.» «Giulio è sempre triste.» «Sì, ma oggi era triste triste.» «Ah.» «E allora io gli ho detto che gli voglio bene.» «Perché?» «Perché sì.» «Non è una motivazione.» «È la mia motivazione.»
Io respiro. Lei no. Lei vive in apnea emotiva.
«E poi Arianna gli ha detto che è un disastro vivente.» «Giusto.» «E lui si è offeso.» «Normale.» «E allora io gli ho detto che è la nostra costante.» «La vostra cosa?» «Costante.» «Antonella, tu non sai cosa significa “costante”.» «Sì che lo so!» «Cosa significa?» «Che… che… che… non cambia mai.» «E perché sarebbe un complimento?» «Perché… perché… perché…» Si blocca. Si perde. Si spegne.
«Antonella?» «Aspetta, ci arrivo… perché se non cambia mai… allora… allora…» «Sì?» «Allora non cambia mai!» «Brillante.»
Lei sorride. Convinta di aver detto qualcosa di intelligente. È tenera. E devastante.
«E poi…» continua, «Arianna ha detto a Barbara che è fortunata.» «Perché?» «Perché ha Davide.» «Ah.» «E Barbara ha sorriso.» «Bene.» «E allora io ho pensato…» «Oddio.» «…che forse anche io dovrei trovare qualcuno.» «Antonella, no.» «Sì!» «No.» «Sì!» «Antonella, tu non devi trovare nessuno.» «Perché?» «Perché il mondo non è pronto.» «Ah.»
Silenzio. Lei mi guarda. Io la guardo. Lei sorride. Io no.
«Alfonso?» «Sì?» «Secondo te… Giulio mi ama?» «No.» «Sicuro?» «Sì.» «Sicuro sicuro?» «Antonella, Giulio non ama nemmeno sé stesso.» «Ah.»
Lei ci pensa. A lungo. Troppo a lungo.
Poi dice: «Allora forse ama Arianna.» «Antonella, Arianna ha quindici anni.» «Ah.» «E tu sei…» «Non lo dire.» «Va bene.»
Lei si alza. Raccoglie la borsa. Il cucchiaio cade di nuovo. Lo ignora.
«Grazie Alfonso. Sei sempre così… così…» «Sì?» «Così… Alfonso.» «È la cosa più sensata che hai detto oggi.»
Lei sorride. Mi abbraccia. Mi soffoca. Poi esce.
Io chiudo la porta. Mi siedo. Riprendo il libro.
E penso:
Dovrei cambiare città. O continente. O pianeta.