
Personalmente a un certo punto, dopo una giornata di lavoro ed un allenamento di corsa sotto il sole, ero molto stanco, svuotato da quelle ore passate davanti allo schermo. Eppure, mentre il cronometro scorreva oltre ogni limite umano, dentro di me sentivo una strana certezza: sapevo che Novak non poteva perdere.
Quando l’ultimo punto è sceso sul campo, proprio poco prima dello scoccare della mezzanotte, è stato impossibile non percepirlo come un regalo inaspettato. Un dono intimo arrivato nel cuore della notte.
Oggi, però, vorrei spegnere i riflettori sul risultato. Vorrei dimenticare per un attimo la sua 107ª vittoria a Wimbledon, i record, i numeri ed i 24 Slam. Perché se guardiamo solo a quello rischiamo di rimanere in superficie. Ci perdiamo il miracolo vero ed il regalo immenso che Novak Djokovic ci fa ogni volta, se solo abbiamo gli occhi giusti per saper vedere.
Il suo regalo più grande non è la vittoria, perché per quanto mi riguarda ieri, dopo oltre 5 ore di battaglia, non aveva più importanza. Il regalo più grande è la sua ostinazione a lottare.
A 39 anni, dopo aver conquistato ogni gloria possibile su questo pianeta, quest’uomo scende ancora in campo e sputa l’anima su ogni singola pallina. Ieri sera, piegato in due sulle ginocchia, con i dolori alla schiena e di fronte un ragazzo di 25 anni nel pieno delle forze che tirava cannonate e che ha fatto decine di ace, Nole ha smesso di essere il più grande di tutti i tempi ed tornato a essere un ragazzo qualsiasi. Sembrava un ragazzo affamato ed anonimo che crede ancora disperatamente nei propri sogni e che si batte per difenderli come se non avesse mai vinto nulla in vita sua.
È questa la lezione che mi porto dentro oggi, a 51 anni.
È questa la lezione più grande per tutti, l’ispirazione più pura che ci lascia. Non serve a nulla infatti vincere se non sei disposto a soffrire per ciò che ami. E lui soffre, urla, si arrabbia, si complica la vita e poi rinasce, ogni santa volta. Novak non ci ispira perché è perfetto, perché nessuno lo è. Ci ispira perché ci mostra che il fuoco che abbiamo dentro non dipende dall’età, dai successi passati, dai soldi in banca, o da quanti inverni abbiamo visto passare. Dipende solo da quanto siamo disposti a soffrire per ciò che amiamo e da quanto sei disposto a dare tutto te stesso per un ideale, per una passione.
Guardarlo lottare in quel modo, a tarda notte, è stato come guardarsi allo specchio e leggere quel promemoria silenzioso che ci ricorda di non addomesticare mai i nostri sogni e di non lasciarli spegnere dalla stanchezza o dal tempo. Per questo ritegno che seguirlo e sostenerlo non significhi solo celebrare un campione, ma anche ammirare un uomo che si rifiuta di arrendersi alla logica delle cose.
E questo, per chiunque sappia guardare oltre il rettangolo di gioco, è il regalo più prezioso che lo sport possa farci, per ricordarci come si combatte nella vita, a 15 come a 50-60-70 anni. Non dovremo dimenticarlo nemmeno quando smetterà.