
Contro la lenta estinzione dell’umano!
Orlando Del Don (*)
È una frase terribile. E forse proprio per questo merita di essere presa sul serio.
Erich Fromm aveva intuito qualcosa che oggi appare persino più evidente: dopo la “morte di Dio” annunciata da Nietzsche, il vero rischio della modernità è diventato la morte dell’Uomo.
Non la sua scomparsa biologica, naturalmente. Ma qualcosa di più sottile e inquietante: la progressiva estinzione dell’umano nell’uomo.
L’uomo contemporaneo è sempre più connesso, informato, misurato, profilato, medicalizzato, algoritmizzato. Produce, consuma, reagisce. Ma pensa ancora? Desidera davvero? Sa sostare nel dubbio? Sa incontrare l’Altro senza trasformarlo in uno specchio, in un nemico o in un oggetto da usare?
Da psichiatra e psicoanalista, direi che il punto è proprio qui: stiamo forse costruendo una società straordinariamente efficiente nel funzionare e sempre meno capace di dare senso all’esistere.
Abbiamo moltiplicato i mezzi e smarrito i fini. Abbiamo conquistato il mondo esterno e impoverito quello interiore. Abbiamo sostituito il silenzio con il rumore, il pensiero con l’opinione, il desiderio con il consumo, la relazione con la connessione. E ora rischiamo di consegnare perfino l’immaginazione, la memoria e il giudizio a dispositivi che pensano per noi.
Ma io non credo che l’Uomo sia morto.
Credo piuttosto che sia in pericolo di estinzione dentro se stesso.
Ed è forse questa la grande battaglia del nostro tempo: non contro la tecnica, la scienza o l’intelligenza artificiale, ma contro tutto ciò che ci rende meno capaci di coscienza, responsabilità, meraviglia, compassione e profondità.
Perché il futuro non dipenderà soltanto da quanto saremo intelligenti.
Dipenderà da quanto saremo ancora umani.