
Davide non c’è. Me ne accorgo subito, appena Barbara apre la porta. Ha quell’aria da “entra pure, ma non aspettarti che ti offra un tè”. La casa è ordinata, troppo ordinata per essere stata vissuta da un uomo nelle ultime ore. Barbara mi fa cenno di accomodarmi, poi torna a sistemare qualcosa sul tavolo, come se avesse bisogno di tenere le mani occupate.
«Davide è uscito?» chiedo.
«Sì. Torna più tardi. Ma puoi aspettarlo qui.»
Annuisco. Mi siedo. La casa è silenziosa, ma non un silenzio tranquillo: un silenzio che sembra trattenere qualcosa. Barbara si muove con precisione, come se stesse seguendo una coreografia invisibile. Non parla molto. Non mi sorprende.
Passano cinque minuti. Forse sei. Poi il campanello suona.
Barbara si irrigidisce appena, poi va ad aprire. È Federico.
Lo riconosco subito: occhiali spessi, zaino troppo pieno, postura da persona che vive più nel proprio cervello che nel mondo. Entra con un sorriso timido, poi mi vede e si blocca.
«Ah… salve. Non sapevo ci fosse gente.»
«Non si preoccupi» dico. «Sono solo in visita.»
Barbara li guarda entrambi, poi prende la giacca.
«Io esco un attimo. Fate come se foste a casa vostra.»
Non ci dà il tempo di rispondere. La porta si chiude. Rimaniamo io e Federico.
Silenzio. Lui si siede sul bordo della sedia, come se temesse di rovinarla. Io lo osservo. Lui osserva me. Due specie diverse che cercano un punto d’appoggio.
«Lei è… lo zio di Davide, giusto?» chiede.
«Sì. E tu sei Federico.»
Annuisce. Poi, senza che io abbia chiesto nulla, apre lo zaino e tira fuori un portatile.
«Sto lavorando a un algoritmo di ottimizzazione. Una cosa semplice, ma elegante.»
Sorrido. «Elegante? L’eleganza è un concetto filosofico, non informatico.»
Lui mi guarda come se avessi detto un’eresia.
«No, guardi, l’eleganza è fondamentale nel codice. È come… come una dimostrazione matematica. Pulita. Essenziale.»
«La matematica non è filosofia» rispondo. «È un linguaggio. La filosofia è ciò che dà senso ai linguaggi.»
Federico si raddrizza. «La filosofia non serve a niente se non può essere implementata.»
«E l’informatica non serve a niente se non sa perché esiste.»
Silenzio. Poi lui sorride. Un sorriso da sfida.
«Lei crede davvero che il senso venga prima della struttura?»
«Assolutamente sì.»
«Io no. Per me la struttura genera il senso. Sempre.»
«Allora non hai mai letto Spinoza.»
«E lei non ha mai scritto una riga di codice.»
La discussione parte. Non cammina: corre.
«La realtà è deterministica» dice Federico. «È solo una questione di calcolo.»
«La realtà è interpretazione» ribatto. «E l’interpretazione non si calcola.»
«Tutto si calcola. Anche il comportamento umano.»
«Sciocchezze. L’uomo è contraddizione.»
«La contraddizione è solo un errore di modellazione.»
«No, è la sua natura.»
Federico si scalda. Io pure. La stanza sembra restringersi.
«Lei non può ridurre il mondo a un sistema di equazioni!» dico.
«E lei non può pretendere che il mondo funzioni senza regole!» ribatte.
«Le regole sono un’invenzione umana.»
«E l’interpretazione è un bug.»
«La libertà non è un bug.»
«La libertà è un parametro mal definito.»
«La coscienza—»
«La coscienza è un’emergenza computazionale.»
«La coscienza è ciò che ti permette di dire sciocchezze come questa.»
Federico si ferma un secondo. Poi ride. Io no.
«Lei è proprio un filosofo» dice.
«E tu sei proprio un informatico.»
«Non è un complimento.»
«Nemmeno il tuo.»
Ci guardiamo. Nessuno cede. Nessuno vuole cedere.
La porta si apre. Barbara rientra. Ci trova seduti uno di fronte all’altro, come due generali che hanno appena firmato un armistizio che nessuno rispetterà.
«Avete parlato?» chiede.
«Abbiamo discusso» dico.
«Abbiamo chiarito delle cose» dice Federico.
«Non abbiamo chiarito niente» rispondo.
«Appunto» dice lui.
Barbara ci guarda, poi scuote la testa.
«Non vi posso lasciare soli cinque minuti.»
Io sorrido. Federico no. O forse sì, ma solo dentro il suo algoritmo.