
Davide mi chiama con quella voce che conosco bene: la voce di un uomo che ha appena scoperto che il mondo non è come pensava. Gli do appuntamento in libreria. Non perché serva davvero, ma perché è l’unico posto dove posso parlare senza che qualcuno mi chieda di “essere più positivo”.
Arrivo. Lui è già lì, davanti allo scaffale di filosofia, con la stessa espressione di un turista che ha sbagliato continente.
«Zio…» dice. «Davide.» «Possiamo parlare?» «Siamo in una libreria. È l’unico posto dove vale ancora la pena farlo.»
Si siede su una poltroncina. Io mi accomodo accanto, con la lentezza di chi vuole darsi un tono.
«Allora?» chiedo. «Zio… tu… tu vedi Barbara diversa?»
Io lo guardo. Lui si torce le mani. Io no. Io non mi torco mai.
«No.» «Sicuro?» «Davide, se tua moglie fosse diversa, me ne accorgerei. È una donna che occupa lo spazio emotivo come un’orchestra sinfonica. Non passa inosservata.»
Lui sospira. Male. Come uno che sta per confessare un peccato.
«Cinzia dice che Barbara è malinconica.» «Ah.» «Che è strana.» «Ah.» «Che non parla.» «Ah.» «Che io non la guardo più come prima.» «Ah.»
Davide mi guarda. «Zio, puoi dire qualcosa che non sia “ah”?» «Posso. Ma prima voglio capire quanto sei stato manipolato.»
Lui si irrigidisce. Io mi sistemo gli occhiali. È un gesto teatrale, lo so, ma me lo concedo.
«Racconta» dico. E lui racconta. Tutto. La panchina. Il tono di Cinzia. Le insinuazioni. La frase finale, quella minaccia travestita da preoccupazione.
Quando finisce, io annuisco. Lentamente. Con gravità. Come se stessi valutando una diagnosi.
«Ora capisco tutto.» «Cosa?» «Quella scellerata di Cinzia.»
Davide sgrana gli occhi. «Zio!» «Che c’è? È scellerata. È una psicologa.» «E allora?» «E allora gli psicologi andrebbero messi al muro.» «Zio!» «Tutti.» «Zio, non puoi—» «Posso eccome. Sono vecchio, ho il diritto di dire la verità.»
Davide si passa una mano sul volto. Io continuo, perché è il mio dovere morale.
«Davide, ascoltami. Cinzia non ti ha parlato: ti ha diagnosticato. È diverso. È come se un idraulico vedesse un rubinetto e dicesse: “Secondo me perde”. Anche se non perde. È il suo mestiere.»
«Ma Barbara—» «Barbara sta benissimo. È Cinzia che ha bisogno di sentirsi utile.»
Lui apre la bocca. Io lo anticipo.
«E tu, caro mio, sei caduto nella trappola come un pollo.» «Io?» «Sì.» «Ma io—» «Ti sei fatto manipolare.» «Non è vero!» «Davide, ti conosco da quando eri alto così. Ti manipola anche il cane del vicino.»
Lui si offende. Lo vedo. È tenero, in un certo senso.
«Zio, io ero preoccupato.» «No. Tu eri suggestionato.» «È diverso.» «No. È la stessa cosa, ma detta con più dignità.»
Davide si alza. Cammina tra gli scaffali come se cercasse una via di fuga. Io lo seguo con lo sguardo. È un uomo buono. Troppo buono. E Cinzia lo sa.
«Zio…» dice, tornando da me. «E se avesse ragione?» «Non ce l’ha.» «Come fai a saperlo?» «Perché Barbara non è malinconica. È stanca. È diverso.» «E io?» «Tu sei agitato.» «Perché?» «Perché ti hanno detto che devi esserlo.»
Lui si siede di nuovo. Sembra un bambino punito.
«Davide…» dico, più piano. «Tu non hai niente che non va. Sei solo… impressionabile.» «Grazie.» «È un pregio, se impari a usarlo. Ma non con gli psicologi.» «Zio, Cinzia è un’amica.» «Anche i serpenti hanno amici. Non vuol dire che non mordano.»
Davide ride. Finalmente. Poi sospira.
«Quindi… secondo te… Barbara sta bene?» «Sì.» «E io?» «Tu sei un disastro, ma questo lo sapevamo già.»
Lui sorride. Io pure. Un po’.
«Zio?» «Sì?» «Grazie.» «Di niente. Ora però fammi un favore.» «Quale?» «La prossima volta che una psicologa ti parla… scappa.»