
Ci sono numeri che dovrebbero imporre un momento di silenzio.
23,6 trilioni di dollari.
È questa la cifra che, secondo uno studio di EY-Parthenon, riportato dal Financial Times, Stati Uniti, Unione Europea e Regno Unito dovrebbero investire nei prossimi 25 anni per ricostruire filiere industriali, capacità produttive, ricerca, software e infrastrutture oggi dipendenti dalla Cina.
Di questi:
13,7 trilioni riguarderebbero gli Stati Uniti.
9,1 trilioni l’Unione Europea.
800 miliardi il Regno Unito.
Una cifra talmente gigantesca da raccontare, da sola, quanto l’Occidente abbia costruito negli ultimi trent’anni la propria prosperità anche grazie all’integrazione economica con Pechino.
Eppure, invece di partire da questa realtà, il dibattito politico europeo sembra andare nella direzione opposta.
Negli ultimi anni Bruxelles ha progressivamente irrigidito i rapporti economici con la Cina: dazi su alcuni prodotti, restrizioni tecnologiche, controlli sugli investimenti, limitazioni all’accesso al mercato e una strategia dichiarata di riduzione della dipendenza.
L’obiettivo può essere discusso. Il problema è il modo in cui viene raccontato.
Perché sembra quasi che basti alzare un muro per convincersi che dall’altra parte nessuno reagirà.
Come se le conseguenze economiche esistessero soltanto quando colpiscono noi.
Come se la Cina dovesse limitarsi a osservare, senza utilizzare gli stessi strumenti commerciali, industriali o strategici di cui dispone.
E invece la politica internazionale funziona quasi sempre secondo un principio molto semplice: ogni azione genera una reazione.
Quando siamo noi a imporre restrizioni, vengono chiamate “misure necessarie”.
Quando gli altri rispondono con provvedimenti analoghi, diventano improvvisamente “aggressioni economiche”.
Questo doppio standard è forse l’aspetto più inquietante del dibattito europeo.
Perché un conto è discutere seriamente di sicurezza economica e di autonomia strategica.
Un altro è far credere ai cittadini che si possa aprire una guerra commerciale con la seconda economia del pianeta senza pagarne il conto.
Lo stesso studio citato dal Financial Times ricorda che perfino investendo somme astronomiche, l’Occidente non riuscirebbe comunque a sganciarsi rapidamente dalla Cina, anche per il controllo che Pechino esercita su numerose materie prime critiche e su importanti segmenti delle catene produttive globali.
La geopolitica richiede lucidità.
L’ideologia, invece, spesso presenta il conto.
E quando arriverà, purtroppo, c’è da scommettere che gli stessi che oggi invitano ad alzare nuovi muri saranno i primi a dichiararsi sorpresi dalle inevitabili conseguenze.