
Il Washington Post ha pubblicato un’inchiesta nella quale diversi soldati americani sopravvissuti all’attacco iraniano del 1° marzo contro il porto di Ash-Shu’aybah, in Kuwait, accusano il proprio comando di aver ignorato gli avvertimenti dell’intelligence e di averli esposti inutilmente al pericolo.
Secondo le testimonianze raccolte dal quotidiano, la base era considerata un obiettivo prioritario dell’Iran, gli allarmi erano noti e, nonostante ciò, molti militari sarebbero stati invitati a continuare le attività anche durante la minaccia di un attacco. Nell’azione morirono almeno sei soldati statunitensi.
L’esercito americano, però, respinge parte di queste accuse e sostiene che il sito disponesse di adeguate misure difensive.
Ed è qui che nasce una riflessione.
Se davvero le difese erano adeguate, allora bisogna prendere atto che i missili iraniani sono riusciti comunque a colpire un’installazione protetta, provocando vittime e danni: un dato che direbbe molto sulle capacità militari di Teheran.
Se invece le difese non erano adeguate, allora le accuse dei soldati sul fallimento del comando assumono un peso ancora maggiore.
Delle due, una.
In entrambi i casi, la narrazione semplicistica secondo cui tutto sarebbe andato secondo i piani lascia spazio a interrogativi che meritano risposte, non slogan.