
Io non dovevo nemmeno esserci, a quella mostra. Era una di quelle giornate in cui ti dici: “Esco un’oretta, mi faccio un giro, mi ossigeno la testa.” E invece finisco sempre in posti strani, pieni di gente che parla sottovoce come se stessero tutti partecipando a un rito segreto. Mostra di arte contemporanea. Pareti bianchissime. Opere che sembrano uscite da un sogno febbrile. E io che cerco di capire se mi piace o se mi sta prendendo in giro.
Poi, mentre sto fissando una scultura che sembra un incrocio tra un termosifone e un animale marino, sento una voce alle mie spalle. Una voce che conosco fin troppo bene.
«Ahò… questa l’ha capita solo lui e i parenti stretti.»
Mi giro. Zio Alfonso. In cappotto scuro, mani dietro la schiena, sguardo da ispettore dei carabinieri in borghese. Non so perché, ma ogni volta che lo incontro fuori contesto mi sembra più grande, più ingombrante, più… Alfonso.
«Zio! Ma che ci fai qui?» «Mi ci ha trascinato un amico. Dice che bisogna aprire la mente. Io la mente la apro pure, ma se poi me ce entra ‘sta roba… richiudo subito.»
Io rido. Perché è impossibile non ridere. E perché so già che sta per partire una delle sue tirate epiche.
«Zio, non devi capirla per forza. L’arte contemporanea funziona così: ti deve dare una sensazione.» «A me me dà la sensazione che ho buttato dodici euro del biglietto.»
Lo dice serio. Serissimo. E io sento che mi si accende quella scintilla dentro, quella che mi prende quando qualcuno liquida tutto con una battuta. Non perché abbia torto — a volte ce l’ha pure — ma perché io non voglio arrendermi così in fretta.
«Guarda questa, per esempio.» Indico un quadro enorme, tutto blu, con una sola linea rossa che lo attraversa. «Non ti dice niente?» «Sì. Me dice che quello che l’ha fatto aveva finito i colori.»
Un paio di persone vicino a noi ridono. Io lo fulmino con lo sguardo. Lui se ne accorge e si atteggia, come se avesse appena segnato un punto.
«Zio, non è questione di capire. È questione di… sentire.» «Io sento che me sta a venì il mal de testa.»
E qui parte il dibattito. Perché io non mollo. E lui meno di me.
«Questa linea rossa,» dico, «potrebbe essere un confine, un taglio, un passaggio. Qualcosa che divide e unisce.» «O potrebbe esse’ che je tremava la mano.» «Ma perché devi sempre ridurre tutto?» «Perché se uno fa un quadro tutto blu e poi ce tira ‘na riga, io me faccio delle domande.»
La gente intorno comincia a fermarsi. Prima due. Poi quattro. Poi un gruppetto intero. Sembra che stiamo facendo una visita guidata alternativa: io la critica sensibile, lui il sabotatore ufficiale.
«Zio, l’arte non è matematica.» «E meno male, sennò ‘sto quadro era insufficiente.» «Ma ti provoca qualcosa?» «Sì: nervoso.»
Io respiro. Mi avvicino al quadro. Lo guardo davvero. E provo a spiegarglielo come lo sento io.
«A me dà l’idea di un limite. Di quando sei lì lì per cambiare qualcosa, ma non sai se farlo o no. Quella linea è come… un momento di scelta.» Lui mi guarda. Per un attimo penso di averlo preso. Poi scuote la testa.
«Cinzia, tu sei troppo poetica. Io so’ pratico. Se devo fa’ una scelta, non me serve un quadro: me serve un caffè.»
La gente ride di nuovo. Io pure, stavolta. Perché è impossibile non voler bene a uno così.
«Però,» aggiunge, «me piace come lo dici. Quello sì.» «Allora vedi che qualcosa ti è arrivato?» «Sì. Ma non dal quadro. Da te.»
E lì, per un attimo, il capannello si scioglie. La gente si allontana. Io e lui restiamo davanti a quella linea rossa che continua a tagliare il blu come un pensiero ostinato.
«Zio?» «Eh.» «La prossima volta ti porto a vedere qualcosa di più semplice.» «Tipo?» «Una mostra di fotografie.» «Ah, ecco. Quelle almeno so’ cose vere.»
Io sorrido. Perché so già che anche lì troverà qualcosa da contestare. Ma so anche che verrà. Perché, alla fine, a lui piace discutere con me. E a me piace discutere con lui.
E forse, in fondo, l’arte contemporanea serve proprio a questo: a far parlare le persone. A farle incontrare. A farle discutere. A farle ridere.
Anche quando non capiscono niente.