
Laura Ru
“Oggi ho passato quattro ore in una sala d’attesa della questura di Milano. Quattro ore per integrare una denuncia fatta qualche settimana fa.
Intorno a me, una ventina di persone ammassate in uno spazio pensato per la metà, con otto posti a sedere. Due italiani, il resto stranieri: turisti, ma in gran parte immigrati. Tutti lì per lo stesso motivo: qualcuno aveva rubato loro qualcosa.
Avendo lasciato a casa il telefono, ho ammazzato il tempo parlando con chi avevo accanto. Quello che ho ascoltato è stato molto istruttivo.
Un cinese che lavora in un negozio aveva subito il furto del cellulare mentre andava in bicicletta. Quando ha saputo che vivo a Hong Kong, la conversazione è scivolata inevitabilmente sul confronto: “In Cina”, mi ha detto, “i reati sono così rari che quando vai in commissariato non devi mai aspettare”. Vero, Le poche volte che sono andata ad una stazione di polizia a Hong Kong la sala d’aspetto era vuota. In 30 anni non ho mai subito un furto, ma qualche denuncia l’ho fatta per altri motivi.
Alla conversazione si sono aggiunti due uomini del Bangladesh, in Italia da 22 anni. Mai avrei immaginato di sentire da immigrati storici quello che viene a torto considerato un cavallo di battaglia della destra: “A Milano ci sono troppi immigrati, troppi delinquenti.” Ma il loro vero rancore non era verso i nuovi arrivati, “se sono onesti”. Era verso il sistema che non contrasta la delinquenza. “Nel nostro paese”, spiegavano, “i criminali hanno paura della punizione. Qui no, dopo l’arresto vengono rilasciati.” Uno dei due sosteneva con nonchalance qualcosa che avrebbe fatto impallidire il peggior giustizialista italiano: l’utilità del taglio della mano per i ladri. Davanti all’ espressione del mio viso che probabilmente tradiva orrore per quel tipo di pena, insisteva: “in Italia permettono tutto, è un richiamo per i delinquenti, e molti arrivano anche dal mio paese.”
Ha suggellato il tutto con un’osservazione che dovrebbe far riflettere: “Mia figlia ha finito il liceo. La mando a studiare in Australia dove abbiamo dei parenti. Qui non vedo un futuro.”
Esco a fumare una sigaretta e mi raggiungono due nordafricani. A quel punto non sapevo che cosa aspettarmi. Uno dice che a Milano teme due cose: finire al pronto soccorso e andare in questura. “Si deve aspettare troppo. Io devo lavorare, ho una famiglia da mantenere non posso passare tutto il giorno in ospedale o a fare denunce” L’amico a quel punto racconta un paio di visite al pronto soccorso per piccoli incidenti sul lavoro che si sono trasformate in mini odissee e aggiunge che per evitare di perdere troppo tempo vanno a farsi medicare da un egiziano che conoscono. Ma per la denuncia, purtroppo, non c’è alternativa. E convengono con i bengalesi: Milano è una città pericolosa. Non vogliono far crescere qui i loro figli, hanno paura che finiscano in brutti giri, mi chiedono se sarebbe facile mandarli a studiare in Cina.
Certo direte, non possiamo generalizzare a partire da questi casi aneddotici, ma la domanda resta. Quando anche chi è venuto da lontano, spesso fuggendo da situazioni ben più dure, considera l’Italia un paese insicuro in cui si ha paura di crescere dei figli, quale futuro possiamo immaginare?
Il problema non è solo la criminalità. È la sensazione, condivisa da italiani e stranieri, che lo Stato sia assente, che non assolva neppure a quelle funzioni che persino nei paesi più poveri si danno per scontate.
E comunque il paradosso finale è che proprio gli immigrati, quelli che spesso vengono dipinti come un problema, sono tra i primi a chiedere più sicurezza, ordine e rispetto delle regole.
PS. Gli unici due italiani in sala d’aspetto erano assorbiti dai loro smartphone e non hanno mostrato nessun interesse per quanto veniva raccontato.
Se fossero stati dei piddini in leggero imbararazzo (come sospetto) gli avrei detto che grazie a questo andazzo gli infortuni sul lavoro non vengono riportati nelle statistiche, e neppure molti reati.” Laura Ru