
“La scuola religiosa malikita – da cui proviene la maggioranza degli immigrati islamici residenti in Italia – pone un accento fortissimo sul rispetto rigoroso dei patti (‘ahd). Il visto di ingresso, il contratto di lavoro o la cittadinanza in Italia sono considerati contratti vincolanti. Il musulmano ha l’obbligo etico assoluto di non tradire la fiducia, non truffare e rispettare le leggi dello Stato ospitante.
È richiesto un comportamento etico esemplare, generoso e giusto, sia per mantenere la pace sociale, sia come forma di testimonianza della bontà dell’Islam
Mentre la Zakat (l’obbligo di elemosina, assistenza e beneficenza) è riservata ai musulmani, il malikita può e deve fare beneficenza volontaria (Sadaqah) e atti di aiuto umanitario verso i vicini o i cittadini non musulmani in difficoltà.”
Questo è solo un piccolo sunto dei precetti etici cui un musulmano residente in un paese non islamico deve attenersi.
Resto convinto che le persone che seguono una fede religiosa siano cittadini migliori a livello statistico, perché si autoimpongono limiti.
Nessun catechismo laico può sostituire il timor di dio, forse solo una fede ideologica gli si può avvicinare, ma questa, per carità, è solo la mia opinione. L’Occidente neoliberale ha progettato, per l’individuo atomizzato, il deragliamento esistenziale.
Sia come sia, l’anomia e il nichilismo dei matti per le strade non hanno nulla a che vedere con la religione dei loro paesi di provenienza.
L’islamofobia che si è diffusa in Occidente dopo l’11 settembre è un prodotto culturale a pura marca hasbara. È un dispositivo epsteiniano che ha invaso l’immaginario in concomitanza con la rottura degli argini della socialdemocrazia europea e con la riduzione del lavoro a merce. Il network che ci ha offerto la comoda soluzione dell’islamofobia è lo stesso che ha creato le tensioni sociali della deregulation.
Con ciò non si vuol dire che la convivenza tra islamici e occidentali non ponga dei problemi – per quello che so, l’attività dei Fratelli musulmani è stata spesso descritta come culturalmente aggressiva, sia all’interno che verso l’esterno, a maggior ragione ci si dovrebbe confrontarsi sulla base dei valori costituzionali.