
“Aspe’, ma questo senza copertina?”
“Che roba è?”
“Non lo so, ma mi sa tipo che l’ho letto.”
“E di che parla?”
“Boh, mi pare tipo che Maurizio ne parla sempre.”
“Figo.”
“No, aspe’, mo’ me lo ricordo, è una storia che c’è ‘sto tipo super egocentrico che dice tipo di tutti che sono pazzi e poi c’è uno che tipo tenta il suicidio… o forse è lui, boh, chi se lo ricorda?”
“No, ma pazzesco, mi sa che ho capito! È quello che lui tipo accusa un professore di molestie? Assurdo!”
“Sì, è quello, che poi lui tipo gli aveva solo accarezzato i capelli.”
“Assurdo! Lo odio lui.”
“Però pure io mi sarei tipo spaventata, forse.”
“Sì, sì pure io! Cioè, assurdo, troppo inquietante!”
“Che schifo di libro! ‘sto tipo che sta sempre a parlare dei fatti suoi come se ne parlassimo tra di noi, boh! Allucinante!”
“Che poi c’ho fatto pure il compito a scuola.”
“Mi sa tipo pure io.”
Sono alla Libreria Mondadori, e la scena si svolge più o meno così, parola per parola, almeno per quello che sento mentre me ne sto lì vicino a osservare il più grande spettacolo del mondo: l’umanità.
Loro sono due ragazze adolescenti stile steampunk.
Allegramente, zompettando tra “Frigidaire” e “Cime tempestose”, hanno appena bollato “Il Giovane Holden”, il più importante libro della Letteratura Americana del Novecento come “uno schifo”. La cosa più bella è che lo hanno fatto elencando i motivi per cui quel libro è un capolavoro. Né più né meno.
Non solo, le loro colorite rimostranze potrebbero essere la migliore spiegazione di quando un libro diventa Letteratura: Holden ha suscitato in loro una forte emozione – l’odio – e grande immedesimazione, ovvero ciò che un romanzo dovrebbe fare.
In più, lo hanno fatto col linguaggio che oggi Salinger utilizzerebbe per far parlare Holden.
Tipo.
Per loro Holden è una persona vera, quello che gli succede lo hanno percepito come reale, che è proprio quello che tutti noi, che tentiamo di mettere su carta una storia, sogniamo di fare. Far sì che il lettore dimentichi che sta leggendo una storiella scritta da uno scribacchino – nel mio caso – o da un genio – nel caso di Salinger.
Le due ragazze escono senza prendere nulla, facile che siano entrate, come me, solo godersi l’aria condizionata in questa calda giornata.
Penso che sia bello che facciano leggere “Il Giovane Holden” a scuola: come diceva Calvino “un classico non finisce mai di dire quello che ha da dire”. Ed è ancora più bello che due giovani – i “giovani d’oggi” tanto maltrattati da chi i giovani li vede col binocolo – passino il loro tempo in libreria. Non è importante che abbiano travisato Holden, magari tra qualche anno lo riprenderanno in mano e per loro sarà come quel compagno di scuola con cui non parlavano mai e che solo allora apprezzeranno.
L’importante è che il seme sia stato gettato.
Certo, se oltre ad assegnare un capolavoro come lettura, l’insegnante avesse fatto quel passo in più verso di loro, magari le due ragazze lo avrebbero capito, già, perché “Il Giovane Holden” è un capolavoro. Anche se lo hanno odiato.
O forse proprio per quello.
Nelle mie cuffiette, intanto, Robert Plant urla “Whole Lotta Love” a gola spiegata.