
Oggi pomeriggio il Presidente della Repubblica, dopo la tragicomica gazzarra della destra sul caso di Mario Roggero, ha convocato al Quirinale il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, “per puntualizzare i limiti delle attribuzioni del ministro in tema di concessione della grazia”.
E gli ha ricordato una cosa che a un Guardasigilli non bisognerebbe nemmeno spiegare: la grazia è una facoltà “che la Costituzione riserva esclusivamente al Presidente della Repubblica”.
Poi, per chiudere la lezione, il Presidente della Repubblica ha citato Luigi Einaudi: “È dovere del Presidente della Repubblica di evitare si pongano precedenti, grazie ai quali accada o sembri accadere che egli non trasmetta al suo successore immuni da qualsiasi incrinatura le facoltà che la Costituzione gli attribuisce”.
Che, tradotto, significa: questi poteri li custodisco e li consegno intatti a chi verrà dopo di me, non provateci nemmeno.
Perché il giochetto, fino a poche ore prima, sembrava perfetto.
La Lega aveva srotolato i cartelli in Senato con la faccia di Mario Roggero. I capigruppo di tutto il centrodestra avevano aperto la petizione per la grazia. Salvini aveva girato il video social. Crosetto aveva chiesto di “evitargli il carcere”. E Nordio si era messo a capotavola: ci penso io. Aveva aperto l’istruttoria per la grazia.
Tutti contenti. Tutti convinti di essere stati furbissimi.
Poi nella stanza è entrato l’adulto. E il potere della grazia è tornato dov’era: al Quirinale.