
Arrivo al bar con quell’aria da “io non volevo uscire, ma il mondo ha insistito”. Cristiano è già lì, seduto come un funzionario dell’Inps in pausa permanente, intento a fissare il cappuccino come se contenesse un messaggio cifrato.
«Allora?» gli dico, togliendomi il cappotto con la lentezza di chi vuole far capire che la giornata è un attentato personale.
«Allora cosa?» risponde lui, che ha deciso da anni di vivere in modalità aereo, anche quando parla.
Sospiro. «Mi hai scritto: “Dobbiamo parlare”. Che è la frase che si usa solo per due cose: rompere o chiedere soldi.»
Cristiano si schiarisce la voce. «È che… ho un sospetto.»
«Cristiano, tu hai sospetti anche sul meteo. Una volta hai accusato le nuvole di complottare contro di te.»
«Quella pioggia era troppo precisa» ribatte, offeso.
Mi siedo, incrocio le braccia e lo guardo come si guarda un parente che ha appena annunciato di voler aprire un allevamento di alpaca in garage. «Va bene. Dimmi.»
Cristiano si china verso di me, abbassando la voce. «Credo che il mio vicino mi stia spiando.»
«Il vicino di sopra? Quello che suona il flauto traverso alle sette del mattino?»
«Esatto. Nessuno suona il flauto a quell’ora senza secondi fini.»
Rimango un attimo in silenzio, poi scoppio a ridere. «Cristiano, il tuo problema non è il vicino. È che tu vivi in un thriller psicologico, ma con la colonna sonora sbagliata.»
«Antonella, ti prego. Non ridere. L’altro giorno ho trovato la porta socchiusa.»
«Cristiano, la tua porta è socchiusa da quando hai rotto la serratura nel 2019. Hai detto che era un atto di ribellione contro il capitalismo.»
«E lo era. Ma questo è diverso.»
Lo guardo con una tenerezza esasperata. «Senti. Facciamo così: se il tuo vicino ti spia, lo farà per cinque minuti. Poi capirà che non succede niente nella tua vita e passerà ad altro.»
Cristiano annuisce, serio. «Hai ragione. Dovrei essere più interessante.»
«No, no, ti prego. Non diventare interessante. È l’unica cosa che ti tiene lontano dai guai.»
Arriva il cameriere con due caffè. Cristiano lo fissa con sospetto.
«Non iniziare» gli dico.
«Ha messo troppo zucchero» mormora.
«Cristiano, non ha messo niente. Lo zucchero è lì, sul tavolo.»
«Appunto. Perché lasciarlo lì? Per farmi abbassare la guardia.»
Mi alzo, prendo il mio caffè e concludo: «Io vado. Tu resta pure a negoziare con il tuo zucchero. Ma ricordati una cosa: se qualcuno ti spia davvero, è solo per capire come fai a complicarti la vita senza alcun aiuto esterno.»
Cristiano rimane solo, guardando il caffè come se fosse un enigma esistenziale. Poi, con aria grave, sussurra: «Io ti vedo, sai.»