
Ho sentito le interviste di Michael Habeeb Jousif, il ragazzo iracheno sbattuto a terra da Barboni: in un italiano migliore di quello che ogni tanto mi capita di sentir uscire dalla bocca di sedicenti italiani, in un inglese perfetto che il 90% degli italiani si sogna(me compreso) e in arabo, sua lingua madre. È cristiano, fuggito dalle persecuzioni. Lavora da 5 anni come piastrellista e da qualche mese dorme per strada perché gli sfruttatori lo pagano una miseria che non gli permette un affitto. La notte prima del misfatto, in seguito a un ordine di sgombero, la Polizia gli ha prima sequestrato e poi gettato all’immondizia i suoi miseri effetti personali, tra i quali c’era però una felpa, unico ricordo di suo fratello ucciso dal vecchio regime di Saddam Hussein. Michael è solo, non vede la moglie e i figli da 2 anni, vivono in Austria e per mancanza di documenti non possono raggiungerlo, né lui può raggiungere loro. Quella felpa era l’ultima traccia che lo teneva sulla rotta della sua famiglia. È pazzo di dolore, beve troppo e blocca il traffico, rivuole la sua felpa, le sue scarpe, la coperta. Poi arriva Barboni, lo minaccia, lo atterra, lo prende a pugni in faccia. Il video diventa virale e Michael, incalzato dai giornalisti, dice subito una cosa: “Mi sentivo vittima di un’ingiustizia, ho bevuto, ho bloccato il traffico e ho sbagliato, ma non ho mai fatto male a nessuno e non ne avrei fatto neppure questa volta.”
A me dopo tutta questa vicenda, da isolano, viene da pensare che se ci fossero in giro molti Giuseppe Barboni, tanti sardi che bloccavano le strade poiché si sentivano vittime di ingiustizie, adesso starebbero in ospedale: quelli che venivano fregati col prezzo del latte, quelli che non volevano le basi militari, quelli contro l’eolico, quelli di Cala Finanza, ché l’ingiustizia te la senti addosso per davvero solo quando ne sei vittima. La violenza non è mai la soluzione