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Ufficialmente Washington colpisce l’Iran per “riaprire” lo Stretto di Hormuz e proteggere la navigazione. Ufficiosamente, però, sta già preparando il terreno per qualcosa di molto più grande.
Tre funzionari statunitensi hanno spiegato a Reuters, sotto anonimato, che i bombardamenti non servono soltanto a contrastare le capacità iraniane nello Stretto: stanno eliminando in anticipo difese aeree, radar costieri, postazioni missilistiche, droni e mezzi navali che potrebbero ostacolare future operazioni americane più complesse. Un funzionario le ha definite “operazioni preparatorie”: in pratica, si apparecchia la tavola prima di decidere quale guerra servire. (Reuters)
Trump, intanto, ha comunicato al Congresso che le ostilità sono formalmente riprese il 7 luglio, sostenendo così di aver fatto ripartire da zero il termine di sessanta giorni previsto dal War Powers Act per le operazioni militari non autorizzate dal Parlamento. Una specie di contachilometri costituzionale che, quando diventa scomodo, viene azzerato e rimesso in strada. (Reuters)
Il problema è che l’Iran, nonostante mesi di attacchi e pesanti perdite, conserva ancora una significativa capacità missilistica e di droni. E mentre Washington può vantare successi tattici, Reuters registra anche la critica crescente secondo cui quei risultati non avrebbero prodotto concessioni politiche da Teheran. Al contrario, l’Iran ha aumentato la propria pressione sullo Stretto, da cui normalmente transita circa un quinto del petrolio mondiale. (Reuters)
Ecco perché il paragone con il Vietnam non riguarda la geografia né il tipo di conflitto. Riguarda il meccanismo dell’impantanamento: prima qualche attacco “limitato”, poi la necessità di proteggere le forze già presenti, quindi nuovi obiettivi da neutralizzare, nuove basi da difendere e nuove operazioni indispensabili per rendere sicure quelle precedenti.
Ogni escalation viene presentata come l’ultima necessaria per evitare quella successiva.
Nel frattempo si discute persino della possibile conquista dell’isola di Kharg, terminale fondamentale per le esportazioni petrolifere iraniane, e Trump continua a lasciare aperta l’ipotesi di operazioni ancora più profonde. (Reuters)
Non è ancora il Vietnam. Ma è esattamente così che le grandi potenze finiscono per scoprire di esserci entrate: un’“operazione preparatoria” alla volta, mentre continuano a spiegare al mondo di avere tutto sotto controllo.