
La pista di pattinaggio è un posto che non frequento da almeno trent’anni. Odore di gomma, bambini che urlano, musica anni ’90 sparata da un altoparlante che ha visto tempi migliori. Arianna invece entra come se fosse casa sua: casco storto, ginocchiere messe a caso, sorriso da “non mi prenderete mai”.
Io mi siedo su una panchina. Lei parte. Una scheggia. Una scheggia rumorosa.
Dopo due minuti, una signora si avvicina. Capelli perfetti, giacca perfetta, postura perfetta. Una di quelle persone che sembrano uscite da un manuale di buone maniere.
«Posso?» chiede, indicando la panchina.
«Certo» dico.
Si siede con un’eleganza che io non ho mai avuto nemmeno a vent’anni.
«È qui con qualcuno?» «Sì, con lei.» Indico Arianna, che in quel momento fa una curva talmente larga che invade metà pista. «Ah, anche io sono qui con mia nipote.» Mi indica una ragazzina che pattina vicino al bordo, composta, silenziosa, vestita come se dovesse sostenere un colloquio di lavoro anche sui pattini.
Le due si incrociano. Arianna: pantaloncini larghi, felpa con un unicorno punk, capelli che volano ovunque, voce che si sente fino al bar. L’altra: golfino beige, pantaloni stirati, capelli raccolti, sguardo basso, movimenti misurati.
Due mondi. Due galassie.
Arianna le fa un cenno. «Ciao! Bella la giacca! Sembri una prof!» La ragazzina arrossisce. «Grazie…» «Io sono Arianna. Tu?» «Beatrice.» «Beatrice? Che nome elegante! Io non potrei mai chiamarmi Beatrice. Io sono troppo casinista.»
La signora accanto a me sorride. Un sorriso tirato.
Le due iniziano a pattinare insieme. Arianna parla. Beatrice ascolta. Arianna gesticola. Beatrice annuisce. Arianna ride. Beatrice sorride appena.
Io le guardo e penso che il mondo è fatto così: una metà che parla troppo, l’altra che parla troppo poco.
Dopo un po’, la signora accanto a me dice:
«Certo che sua nipote ha un bel caratterino.»
«Non è mia nipote» rispondo. «È la nipote di una mia amica.»
«Ah.» Quel “ah” contiene un’enciclopedia di giudizi.
«È molto… vivace» aggiunge.
«È intelligente» dico.
«Sì, certo, ma… un po’ troppo libera.»
«Meglio libera che spaventata.»
Lei si sistema la giacca. «Io credo che i ragazzi oggi siano… come dire… poco controllati.»
«Io credo che siano poco ascoltati.»
«Mah… io penso che la colpa sia dei genitori. Troppo permissivi.»
«Io penso che la colpa sia degli adulti che parlano e non ascoltano.»
Lei mi guarda come se avessi appena detto che la Terra è piatta.
«E la scuola?» dice. «La scuola non può fare miracoli.»
«La scuola dovrebbe smettere di trattarli come numeri.»
«E i social? I social li rovinano.»
«I social amplificano quello che già c’è.»
«La televisione li confonde.»
«La televisione confonde tutti, anche noi.»
Lei incrocia le braccia. Io pure. Sembriamo due galli in un pollaio elegante.
«Io credo» dice lei «che i ragazzi abbiano bisogno di regole.»
«Io credo che abbiano bisogno di esempi.»
«E di disciplina.»
«E di fiducia.»
«E di limiti.»
«E di possibilità.»
Silenzio. Un silenzio che dura tre secondi, ma sembra un dibattito parlamentare.
Poi lei sospira. «Beatrice è molto educata.»
«Arianna è molto viva.»
«Sì, ma…»
«Sì, ma…»
Ci fermiamo entrambi. Ridiamo. Poco, ma ridiamo.
Le due ragazze tornano verso di noi. Arianna è sudata, spettinata, felice. Beatrice è composta, ma con un sorriso che prima non aveva.
«Zio Alfonso!» urla Arianna. «Beatrice è fortissima! E poi è simpaticissima!»
Beatrice arrossisce. La signora sorride. Io pure.
«Vede?» dico. «A volte basta lasciarli fare.»
Lei non risponde. Ma il suo sorriso è meno rigido.
Arianna mi prende per mano. «Zio, posso fare un’altra mezz’ora?»
«Vai.»
Riparte. Beatrice la segue. Due mondi diversi che, per qualche motivo, pattinano alla stessa velocità.
La signora accanto a me dice piano:
«Forse… un po’ di libertà non fa male.»
«E un po’ di educazione nemmeno» rispondo.
«Giusto.»
«Giusto.»
E per la prima volta, siamo d’accordo.