
Mi chiamo Antonella, ho 56 anni.
Mio figlio Marco ha 26 anni. Si è laureato l’anno scorso al Politecnico. Ingegneria biomedica, 110 e lode, tesi sperimentale, cinque anni di notti passate sui libri con gli occhi gonfi e le occhiaie. Il giorno della sua laurea abbiamo pianto tutti. Eravamo convinti, con quell’ingenuità che forse appartiene solo alla mia generazione, che con un pezzo di carta del genere e una testa così brillante, le aziende avrebbero fatto la fila per averlo.
La realtà si è presentata due settimane dopo.
Marco ha iniziato a mandare curriculum in giro per l’Italia. Le risposte che riceveva erano un insulto alla dignità umana e accademica. Il copione era sempre lo stesso: uffici scintillanti, manager in giacca e cravatta che gli stringevano la mano complimentandosi per i voti, e poi la solita, mortificante coltellata finale:
«Il profilo è eccellente, Marco. Ti proponiamo uno stage formativo di sei mesi a 600 euro al mese, più buoni pasto. Poi, se ci troviamo bene e c’è budget, valutiamo un apprendistato.»
Sei mesi. A 600 euro. E questo dopo avergli chiesto di conoscere tre lingue e i software di programmazione più complessi del mondo. Lo chiamavano “fare la gavetta”. Io lo chiamavo sfruttamento legalizzato.
Ho visto mio figlio spegnersi giorno dopo giorno. La luce di chi vuole spaccare il mondo si stava trasformando nella rassegnazione grigia di chi si sente già vecchio, inutile e un peso per la famiglia a venticinque anni.
Fino a un martedì sera di novembre.
Torno a casa dal lavoro e lo trovo seduto al tavolo della cucina, davanti al computer. Non aveva la solita faccia abbattuta. Aveva le guance rosse e le mani che gli tremavano leggermente.
«Mamma,» mi dice, senza nemmeno salutarmi. «Ho fatto un colloquio in videochiamata con un’azienda di Monaco di Baviera. Ho mandato il curriculum l’altro ieri.»
Mi siedo di fronte a lui, in allerta. «E com’è andata?»
Lui mi guarda, quasi incredulo delle sue stesse parole.
«Mamma, non mi hanno chiesto se sono disposto a fare straordinari non pagati. Mi hanno chiesto della mia tesi. Mi hanno chiesto come risolverei un problema tecnico su un loro macchinario. E alla fine mi hanno detto che il mio profilo serve subito. Mi offrono un contratto vero, a tempo indeterminato. Tremilaottocento euro netti al mese per iniziare, un bonus per il trasloco e mi pagano loro il corso accelerato di tedesco per i primi tre mesi.»
Non era una proposta di lavoro. Era un biglietto di sola andata per la libertà.
Tre settimane dopo, eravamo al terminal partenze di Malpensa.
Gli ho sistemato il colletto del giubbotto, ricacciando indietro le lacrime per non fargli pesare la partenza. L’ho abbracciato forte, sentendo il profumo di questo ragazzo diventato uomo, di questa mente brillante che noi non siamo stati in grado di trattenere.
«Vai,» gli ho sussurrato all’orecchio. «Fatti valere. E non guardarti indietro.»
Oggi Marco vive in Germania da un anno. Quando facciamo le videochiamate, mi mostra il suo appartamento spazioso, mi racconta dei progetti su cui lavora. Lavora quaranta ore a settimana, spaccate. Alle 17:30 esce e nessuno lo fa sentire in colpa se non resta in ufficio. È rispettato, valorizzato, trattato come un professionista e non come un ragazzino a cui fare l’elemosina.
Io sono felice per lui. Sono una madre orgogliosa, di un orgoglio che mi riempie i polmoni.
Ma ogni volta che chiudo la chiamata, mi assale una rabbia sorda, profonda e amara. Perché lo Stato italiano ha investito scuole, professori e risorse per formare un’eccellenza, e noi genitori ci siamo spaccati la schiena per mantenerlo agli studi. E poi?
Poi lo abbiamo regalato, impacchettato e con il fiocco, ai tedeschi. Perché qui l’unica cosa che sapevamo offrirgli era uno stage da fame e la promessa di un “le faremo sapere”.