
La Terra gira ogni giorno, eppure sembra che alcuni lo faccia diversamente: meglio.
La Spagna di Pedro Sánchez trionfa nella New York di Zohran Mamdani, in barba al despota Donald Trump.
Il suddetto Presidente USA, colto dalla solita e puerile egomania, rifiuta il rispetto della prassi per cui dovrebbe essere Infantino, presidente della FIFA, a consegnare la coppa al capitano della squadra vincitrice: anzi, lo accompagna e si intrufola persino nello scatto celebrativo della Furia Roja, con evidente fastidio del capitano Rodri.
Un mondiale fortemente politicizzato, eppure conclusosi poeticamente.
Nonostante la pressione trumpiana che revoca la squalifica a Balogun; nonostante ciò avvenga tramite pressioni su Infantino, sì, massima carica della FIFA, ma suo caro amico e partecipante al Board of Peace, piano imprenditoriale e coloniale avviato sulla Striscia di Gaza; nonostante le parole pro-Argentina del nazisionista
Smotrich — che invito a risparmiare il fiato: un giorno ne dovrà usare tanto per tentare di giustificarsi al Norimberga che gli spetta, insieme ai suoi colleghi genocidari —;
nonostante la vicinanza con Milei, altro complice; nonostante i problemi con passaporti e dogane per calciatori africani, il trofeo finisce nelle mani dei giusti.
Sì, dei giusti: Pedro Sánchez, faro della diplomazia, del coraggio, della resistenza, della vicinanza al popolo palestinese, della testa alta e della classe con cui ogni volta ha rimesso al suo posto l’omino arancione, intento a dipingersi come Gesù, mentre in Italia fatichiamo a non supplicare una foto.
Concludo smentendo le parole di un eccelso giornalista che imputa il nostro fallimento calcistico, con la mancata qualificazione ai Mondiali, «alla sinistra» (sì, è Italo
Bocchino): direi che la realtà ci dimostra altro.
La necessità di un domani diverso: rosso.
Come i colori della Spagna, ma non solo calcisticamente.