
Io non so perché Giulio stamattina si comporta come se dovesse confessarmi un omicidio. Ha apparecchiato la tavola tre volte. Ha cambiato posizione alle tazze come se fossero pedine di una partita a scacchi che sta perdendo. E continua a guardare l’orologio.
«A che ora arriva?» gli chiedo. «Tra poco.» «Chi?» «Antonella.» «Ah.» Bevo un sorso di tè. Aspetto. Lui non aggiunge altro. Tipico.
Quando suonano alla porta, Giulio sobbalza come se avessero lanciato una bomba. Io vado ad aprire.
Antonella è lì. Perfetta. Trucco leggero, sorriso educato, postura impeccabile. La versione sobria di Antonella è sempre un piacere da vedere. Quella ubriaca… meno.
«Ciao Luisa! Che bello vederti!» «Ciao cara, entra pure. Giulio è in cucina.»
Lei entra. Io la seguo. Giulio la vede e diventa del colore del latte scremato.
«Ciao… Antonella.» «Ciao Giulio.»
Silenzio. Di quelli che fanno rumore.
Io appoggio il vassoio sul tavolo. «Vi lascio un attimo, prendo il tè.»
Esco, ma non troppo. Sento tutto. Non per curiosità — per prudenza. Con Giulio è sempre prudenza.
«Allora…» dice lui, con la voce di uno che sta per essere interrogato. «Ieri…» «Ieri?» fa lei, innocente come un cucciolo. «Sì. Ieri sera. Al bar. Tu… insomma… hai bevuto un po’.» «Ah sì?» «Sì.» «Non ricordo molto, a dire il vero.»
Io mi fermo sulla soglia. Sorrido. La recita è iniziata.
«Non ricordi?» «No. Perché? Ho fatto qualcosa di imbarazzante?» «Beh… hai detto delle cose.» «Io?» «Sì.» «A te?» «Sì.» «Cose tipo?» «Tipo che… ti piaccio.»
Silenzio. Io trattengo una risata. Giulio no. Giulio trattiene il respiro.
«Oh cielo» dice lei. «Davvero?» «Sì.» «A te?» «Sì.» «Io?» «Sì.» «Davvero?» «Sì!»
Io entro con il vassoio. «Tutto bene?» «Benissimo» dice Antonella. «Sì» dice Giulio, con la voce di un uomo che ha perso la fede.
Poso il tè. Mi siedo. «Allora, raccontatemi: com’è andata ieri sera?»
Antonella sorride. «Oh, niente di che. Abbiamo chiacchierato un po’. Giulio è sempre così gentile.»
Giulio mi guarda come se volesse urlare: NON È VERO, È UNA TRAPPOLA, AIUTO.
Io bevo il tè. Calmo. Caldo. Perfetto.
«Quindi…» insiste lui, «non… non intendevi… niente?» «Cosa?» «Quello che hai detto.» «Cosa ho detto?» «Che… ti piaccio.» «Oh Giulio.» Gli tocca il braccio. Io osservo. «Ma figurati. Sei un amico. Un caro amico. Ti voglio bene. Ma… niente di più.»
Io annuisco. «Che dolce.»
Giulio sembra un palloncino che si sgonfia. Lentamente. Tristemente. Rumorosamente, dentro.
«Bene» dice Antonella. «Sono contenta di non aver creato equivoci.»
Equivoci. La parola più divertente della mattina.
Giulio tossisce. «Equivoci? No, no. Nessun equivoco.» «Perfetto» dice lei.
Io sorrido. Li guardo entrambi. E penso:
Antonella è brillante. Giulio è ingenuo. Io sono stanca. Ma almeno il tè è buono.