
Quando vedo il nome di Barbara sullo schermo, penso: Eccola. Finalmente si apre. Finalmente parla. Finalmente ammette che qualcosa non va.
Perché io lo so. Lo sento. Lo vedo. Barbara è una di quelle persone che si tengono tutto dentro finché non esplodono. E io, da amica e da psicologa, ho il dovere morale di anticipare l’esplosione.
Rispondo. «Barbì! Come stai?» Silenzio. Troppo. Non è mai un buon segno.
«Cinzia» dice lei, piatta come un ECG spento. «Dimmi tutto» dico io, già pronta a prendere appunti mentali. «Dobbiamo parlare.» Eccoci. La frase che ogni psicologa aspetta e ogni amica teme.
«Certo. Dimmi.» «Ho saputo che hai parlato con Davide.» «Sì, certo. Era preoccupato. L’ho ascoltato.» «L’hai… ascoltato.» «Sì.» «E gli hai detto che io sono malinconica.»
Io sorrido. Con dolcezza. Con professionalità. Con quella calma che si usa con i pazienti che negano l’evidenza.
«Barbì… non ho detto che sei malinconica. Ho detto che ti percepisco un po’ malinconica.» «È diverso?» «Sì.» «No.» «Sì.» «Cinzia, non fare la psicologa con me.» «Ma io sono una psicologa.» «Appunto.»
Mi si gela un sopracciglio. Non so come sia possibile, ma succede.
«Barbara… io volevo solo aiutare.» «Non ti ho chiesto aiuto.» «Ma a volte le persone non sanno di averne bisogno.» «Io sì.» «Sì cosa?» «So di non averne bisogno.»
Mi appoggio allo schienale. Respiro. Penso: Ok, è in fase difensiva. Normale. Classico meccanismo di protezione. Poi lei parla di nuovo.
«Cinzia, ascoltami bene.» «Ti ascolto sempre.» «No. Stavolta ascolta davvero.» … Ok. Questa non me l’aspettavo.
«Tu hai messo in testa a Davide che io sono triste.» «Non ho messo niente in testa a nessuno.» «Cinzia.» «Barbara.» «Davide è tornato a casa agitato come un criceto in un microonde.» «È sensibile.» «È suggestionabile.» «Non è colpa mia.» «No. Ma non lo aiuti.»
Mi si stringe lo stomaco. Non per senso di colpa — quello non lo provo da anni — ma per irritazione.
«Barbara, io ho solo espresso una preoccupazione.» «Una tua preoccupazione.» «Sì.» «Che non è la mia.» «Ma io—» «Cinzia, ti voglio bene. Ma devi farti gli affari tuoi.»
Silenzio. Un silenzio che mi arriva come uno schiaffo. Di quelli che non fanno male, ma fanno pensare.
«Io…» dico. «Sì?» «Mi sono preoccupata.» «Lo so.» «Per te.» «Lo so.» «Per Davide.» «Lo so.» «Perché vi voglio bene.» «Lo so.»
Respiro. Lei pure.
«Ma Cinzia…» dice, più piano. «Non puoi psicoanalizzare tutti. Sempre. Anche quando non serve.» «È un riflesso.» «Lo so.» «È più forte di me.» «Lo so.» «Mi dispiace.» «Lo so.»
Silenzio. Quello buono, stavolta.
«Siamo a posto?» chiedo. «Sì.» «Sicura?» «Sì.» «Davvero?» «Cinzia.» «Ok.»
Poi lei aggiunge: «E non dire più a Davide che sono malinconica.» «Promesso.» «E non dire più a me che sono in negazione.» «Non l’ho detto.» «Lo stavi pensando.» «…forse.» «Cinzia.» «Ok, ok.»
Ci salutiamo. Chiudo la chiamata. Resto un attimo in silenzio.
E penso:
Forse ha ragione lei. Forse ogni tanto esagero. Forse.
Poi penso:
No. È solo che Davide è un caso clinico ambulante.
E mi sento subito meglio.