
Okay partiamo dalle cose veramente ma veramente belle: una fotografia sontuosa (forse la più bella dell’intera filmografia di Christopher) e una regia che, come al solito, non ha deluso le aspettative. Fighissime.
Ma il resto?
Le musiche a ‘sto giro abbastanza anonime (siamo lontani anni luce da Intestellar), e ahimè -le note veramente dolenti- una sceneggiatura e dei dialoghi da mettersi quasi le mani nei capelli. Voglio dire, considerando la sacralità del materiale originale, Christopher poteva anche chiedere una mano al fratellino Jonathan (dal momento che in famiglia è sempre stato quello veramente bravo a scrivere) prima di buttare lì delle robe da narrativa spicciola commerciale americana (ci mancava solo parlassero con un po’ di slang).
Ma, poi, perché fare un retelling di un’opera cambiandone totalmente il senso? Passare dai tópoi del viaggio, della caparbietà, della catarsi e del ritorno… all’ennesima narrazione americana della guerra e del soldato traumatizzato? Voglio dire, utilizza l’Iliade a sto punto, no? E perché trasformare Ulisse, il re saggio, intellettuale e astuto per antonomasia, in un buzzurro che prima mena le mani e poi dopo semmai riflette? Sarà che, culturalmente e socialmente siamo andati così in basso che non avremmo né capito né retto la profondità delle tematiche della vera Odissea e quindi ci è toccato questo surrogato in salsa action hack and slash?
Ci sta. Probabile.
E, allora, permettetemi di parafrasare lo stesso Nolan (che nel film ha citato quasi più se stesso che il povero Omero, o chi per lui) in questo modo:
“L’odissea di Nolan è il retelling di cui forse non avevamo bisogno. Ma che ci meritiamo.”