
Warrior è un film davvero molto bello e molto più particolare, a mio avviso, di quanto potrebbe dare a pensare.
Innanzitutto, è un film in larga parte prevedibile, che dichiara praticamente da subito quale sarà il suo arco narrativo. Il che va benissimo, in barba all’ossessione per i colpi di scena la prevedibilità non è il contrario dell’interesse, perché quel che conta è come ci arrivi a quel punto, come gestisci la tensione emotiva.
Due fratelli, ognuno col suo percorso personale e accomunati quasi solo dal papà disfunzionale, si iscrivono allo stesso torneo di MMA. L’ex soldato, eroe di guerra, ha la nobile missione di devolvere l’intera vincita alla vedova di un suo fratelli in armi; l’altro fratello, prof di fisica, vuole quei soldi per il legittimo ma meno nobile desiderio di non dover vendere la casa e rischiare difficoltà economiche. Il papà ex alcolizzato cerca la redenzione.
Storia semplice, personaggi complessi. E regia mostruosa nell’esecuzione, che lavora moltissimo per sottrazione. Ci sono molti significati non verbalizzati: nessuno spiegone, nessuna morale esplicitata e tutto quello che viene raccontato sui personaggi è con le loro azioni sottoponendo lo spettatore a interpretare.
In Warrior c’è tanto di “parziale”: il finale è parziale, il destino del soldato è parziale, il destino del rapporto col padre è parziale, il destino dei soldi è parziale. Persino il ruolo dell’MMA è parziale! Raccontato e coreografato benissimo, ma di fatto è una gabbia che inscena un conflitto familiare di tre persone così incapaci di comunicare tra loro con le parole che pure trovano una connessione con il combattimento, con l’”I love you” forse più difficile da dire e accettare che io ricordi.
Il film raccoglie la parte buona dell’eredità dei Rocky e la rende moderna, brillante e coraggiosa.