
Sto camminando accanto a Federico e già so che qualcosa bolle. Lo capisco dal modo in cui tiene le spalle: troppo dritte, troppo tese, come se stesse cercando di contenere un segreto che gli preme contro le costole. Io non dico niente, perché con Federico funziona così: se lo guardi troppo, si chiude; se fai finta di niente, esplode. E infatti esplode.
«Criss… mi sa che mi sto prendendo per Antonella.»
Eccolo. Lo dice con quella voce da adolescente tardivo che gli viene fuori solo quando si innamora o quando deve giustificare una multa. Io annuisco, perché è il mio ruolo: ascoltare, respirare, contare fino a tre prima di dire la cosa giusta. Il problema è che la cosa giusta, stavolta, è anche la più scomoda.
Antonella. L’oca giuliva per definizione. Una donna che parla come se avesse un microfono interno con l’eco impostata su “shopping”. Una che ride sempre mezzo secondo dopo gli altri, come se aspettasse il segnale. Una che, se la guardi negli occhi, vedi il riflesso di un pensiero che non è mai il suo.
Federico invece la vede come un mistero. Ma lui è fatto così: scambia la superficialità per leggerezza, la leggerezza per profondità, e la profondità per destino.
«Ah,» dico, cercando di non sembrare troppo veloce nel giudizio. «Interessante.»
Federico mi guarda storto. Sa che quando dico “interessante” sto già preparando un discorso. E infatti lo sto preparando, ma con cautela, come si fa con gli esplosivi.
«Che c’è?» mi chiede.
«Niente. Solo… sei sicuro di averla capita bene?»
Lui si ferma. Letteralmente si ferma in mezzo al marciapiede, costringendo una signora con il cane a fare una deviazione brusca. La signora ci guarda male. Il cane pure.
«Che vuol dire ‘capita bene’? È simpatica, è carina, ci parlo bene…»
E mentre lo dice, arriva il terzo incomodo.
Un motorino. Uno di quei cinquantini truccati che fanno un rumore da bombardamento. Sopra c’è Gabriele, il fratello minore di un nostro ex compagno di scuola. Uno che ha sempre avuto la delicatezza di un trapano.
Si ferma accanto a noi, casco mezzo slacciato, sorriso da pubblicità dei cerotti.
«Oh raga! Tutto a posto? Oh, ma l’avete vista Antonella ieri? Che scena! Stava al bar a fare la scema con quei due… ahahah, troppo forte!»
Federico si irrigidisce. Io lo vedo. Lo sento. È come se il suo corpo diventasse una parentesi tesa.
«Che intendi per ‘fare la scema’?», chiede lui, con una voce che non gli riconosco.
Gabriele ride. «Ma niente, oh! Le solite cose sue. Rideva, si toccava i capelli, faceva gli occhi dolci… oh, ma quella ci prova con chiunque, è fatta così!»
E riparte, lasciandoci in una nuvola di benzina e verità non richieste.
Federico non parla per qualche secondo. Io lo guardo di lato, come si guarda un amico che sta per cadere ma non vuole essere toccato.
«Criss… tu lo sapevi?»
Ecco il punto. Il nodo. La domanda che pesa più di tutto il resto.
«Sapevo che è… come dire… molto espansiva.»
«Espansiva.» Ripete la parola come se fosse un insulto. «Quindi pensi che sia scema.»
«No,» dico, e lo penso davvero. «Penso che sia… leggera. E che tu, invece, quando ti innamori diventi pesante. Nel senso buono. Profondo. Ecco. Tu cerchi qualcosa che lei non ha. Non è colpa sua. Non è colpa tua.»
Federico guarda avanti, come se la strada potesse offrirgli una risposta. Ma la strada, come sempre, offre solo buche e macchine parcheggiate male.
«Forse hai ragione,» mormora. «O forse no. Forse la vedo io in un modo che voi non vedete.»
«Questo è possibile,» dico. «Ma chiediti se la vedi per com’è o per come ti serve che sia.»
Lui non risponde. Riprendiamo a camminare. Le sue spalle non sono più dritte: sono scese di un paio di centimetri. Non so se è un buon segno o un cattivo segno. So solo che Federico, quando si innamora, diventa un campo minato. E io, come sempre, ci cammino dentro con le scarpe da ginnastica.
E mentre procediamo, penso che forse la verità sia semplice: Federico vuole essere visto. Antonella vuole essere guardata. E non è la stessa cosa.