
Sono seduto sul suo divano, quello grigio chiaro che profuma sempre di tè alla vaniglia e libri aperti. Cinzia si muove in cucina con la solita grazia chirurgica: ogni gesto è calibrato, come se anche prendere due tazze fosse un esercizio di consapevolezza. Io la guardo, ovviamente. Lei lo sa, ovviamente.
«Zucchero?» mi chiede senza voltarsi.
«No, grazie. Cerco di ridurlo» rispondo, come se fosse una scelta meditata e non un tentativo ridicolo di sembrare più adulto.
«Mh. Ridurre non è eliminare» dice tornando verso di me. «È già un buon compromesso.»
Si siede accanto, non troppo vicino, non troppo lontano. La distanza esatta per non farmi sperare, ma nemmeno scappare.
«Come va il lavoro?» chiede, soffia sul tè, mi osserva sopra il bordo della tazza. Occhi da psicologa: ti ascoltano anche quando non parli.
«Solito. Gente che si lamenta, gente che pretende, gente che non sa cosa vuole.»
«Ti ci trovi bene, allora» dice con un mezzo sorriso.
«Molto spiritosa.»
«Sto solo notando una certa… familiarità con il quadro generale.»
La guardo. Lei lo sa. Io lo so. Ma continuiamo a parlare di lavoro, perché è più sicuro.
«E tu?» chiedo. «Come vanno i tuoi pazienti?»
«Sono persone, non “pazienti”.» Lo dice sempre. È il suo modo di ricordarmi che lei non cura casi, cura vite.
«Ok, come vanno le persone?»
«Alcune bene, altre male. Come tutti. Oggi una ragazza mi ha detto che non riesce a dormire perché ha paura di deludere tutti.»
«Capita.»
«A te?» Ecco. La domanda che sembra casuale ma non lo è.
«Ogni tanto» rispondo. «Più spesso di quanto ammetterei.»
Lei annuisce, come se avesse appena confermato una diagnosi che aveva già fatto mesi fa.
«Sai qual è la cosa buffa?» dice. «Le persone che hanno più paura di deludere sono quasi sempre quelle che non deludono mai nessuno.»
«Tranne se stessi.»
«Esatto.»
Beviamo in silenzio. Quel silenzio che non è mai vuoto, mai neutro. È un silenzio che pesa come una domanda non fatta.
«Hai cambiato qualcosa qui» dico, indicando la libreria.
«Ho spostato i saggi in alto. Mi serviva più spazio per i romanzi.»
«Fase romantica?»
«Fase narrativa» corregge. «Ho bisogno di storie che non devo analizzare.»
«E io che pensavo di essere venuto qui per farmi analizzare gratis.»
«Tu non sei analizzabile» dice. «Sei un caso a parte.»
«In senso buono o cattivo?»
«In senso… Cristiano.»
Mi viene da ridere, ma non lo faccio. Lei sorride appena, come se avesse detto più di quanto volesse.
«Sai che tutti pensano che io sia innamorato di te?» butto lì, come se fosse una battuta. Non lo è.
Lei non si scompone. Psicologa, appunto.
«Lo so» dice. «La gente ama semplificare.»
«E tu?»
«Io non semplifico mai.»
Silenzio. Di nuovo. Ma questa volta è diverso: è un silenzio che si siede tra noi, si mette comodo, incrocia le gambe.
«Cinzia…»
«Cristiano» mi interrompe, dolce ma ferma. «Non rovinare il tè.»
Sorrido. Lei pure. È il nostro modo di salvarci.
«Parliamo di qualcosa di stupido» propone. «Hai visto che hanno rifatto il parco giochi vicino alla scuola?»
«Sì. Hanno messo quelle altalene moderne che sembrano strumenti di tortura.»
«Le ho provate ieri.»
«Tu?»
«Certo. Devo capire se sono sicure per i bambini.»
«E?»
«Non lo sono. Ma sono divertenti.»
Ridiamo. E in quella risata c’è tutto: la distanza, la vicinanza, la storia che non abbiamo mai avuto e quella che tutti credono che abbiamo.
«Sai che a volte penso che tu sia troppo intelligente per me?» dico.
«E tu troppo sensibile per me» risponde.
Ci guardiamo. Un secondo di troppo. Un secondo che dice tutto e niente.
Poi lei si alza, porta via le tazze.
«Vuoi restare per cena?» chiede dalla cucina.
«Se non disturbo.»
«Tu non disturbi mai.»
E lo dice con quella voce che non è una promessa, non è un invito, non è un rifiuto. È semplicemente la verità.
E io, come sempre, ci casco dentro.
Resto seduto sul divano mentre lei sistema le tazze. Sento il rumore dell’acqua, il cucchiaino che tocca la ceramica, e mi sembra tutto più intimo di quanto dovrebbe. È assurdo come certe banalità domestiche possano sembrare promesse.
«Hai fame?» chiede dalla cucina.
«Dipende da cosa cucini.»
«Dipende da quanto resti.»
«Allora ho fame.»
La sento ridere piano. È quel tipo di risata che ti entra sottopelle, come una puntura di qualcosa che non sai se è veleno o antidoto.
Torna con un tagliere di verdure. «Sto sperimentando ricette nuove. Ho deciso che devo mangiare meglio.»
«Perché, mangiavi male?»
«No. Ma posso sempre migliorare.»
«Classico.»
«Cosa?»
«Tu. Che anche quando stai bene, vuoi stare meglio.»
«E tu no?»
«Io cerco solo di non peggiorare.»
Si ferma un attimo, coltello in mano, e mi guarda come se avessi detto qualcosa di più profondo di quanto volessi.
«Cristiano… tu non peggiori. Ti complichi.»
«È diverso?»
«Molto.»
Si rimette a tagliare. Io la guardo. Lei lo sa. È un gioco che facciamo da anni, senza mai dichiararlo.
«Hai visto il film di cui ti parlavo?» chiede.
«Quale?»
«Quello sul tizio che molla tutto e va a vivere in montagna.»
«Ah, sì. L’ho visto.»
«E?»
«Mi ha fatto venire voglia di mollare tutto e andare a vivere in montagna.»
«Non lo farai mai.»
«Perché?»
«Perché tu hai bisogno delle persone.»
«E tu no?»
«Io ho bisogno delle persone giuste.»
«E io?»
Lei non risponde subito. Taglia una zucchina con una precisione che sembra un modo per prendere tempo.
«Tu sei… una presenza importante» dice infine.
«Importante come?»
«Importante nel senso che ci sei. E non è poco.»
Mi viene da ridere. «Sembra una frase da psicologa.»
«È una frase sincera.»
«Che è peggio.»
«Perché?»
«Perché quando sei sincera, fai più male.»
Lei posa il coltello. Si gira verso di me. «Io non voglio farti male.»
«Lo so.»
«E tu non vuoi mettermi in difficoltà.»
«Lo so.»
Ci guardiamo. Troppo. Sempre quel secondo di troppo.
«Sai qual è il problema?» dico.
«Dimmi.»
«Che parliamo sempre di tutto tranne che della cosa che dovremmo dire.»
«E qual è?»
«Quella che non diciamo mai.»
Lei sospira. Non un sospiro stanco, ma uno di quelli che servono per rimettere ordine dentro.
«Cristiano… io ti voglio bene. Tanto. Ma non nel modo in cui la gente pensa.»
«E tu? Nel modo in cui pensi tu?»
«Nel modo in cui posso.»
Mi appoggio allo schienale. Sento un peso che si scioglie e un altro che si forma subito dopo.
«E va bene così?» chiedo.
«Per te?»
«Per te.»
«Per me… sì.»
«E per me?»
Lei si avvicina. Non troppo. Mai troppo. Mi sfiora il braccio con un gesto che sembra casuale ma non lo è.
«Per te… non lo so. Ma tu resti. E questo mi fa pensare che, in qualche modo, ti va bene.»
«O che non so andarmene.»
«Non è la stessa cosa.»
«No. Ma ci assomiglia.»
Lei sorride. Quel sorriso che non promette niente ma ti tiene lì.
«Rimani a cena?» chiede di nuovo.
«Sì.»
«Bene.»
E torna a tagliare le verdure, come se avessimo appena parlato del tempo. E forse sì, abbiamo parlato del tempo. Del nostro. Di quello che non passa mai davvero.